mercoledì, 28 settembre 2011Finalmente esce a dicembre, Morsi D Africa
Africa: sta per uscire “Morsi d’Africa” il nuovo romanzo di Giorgio Trombatore
Dopo quattro anni di lungo silenzio Giorgio Trombatore è tornato con un nuovo romanzo. Chi ha letto Coy Ecce Homo sicuramente avrà apprezzato questo scrittore siciliano che con sottile ironia ci aveva presentato le tragedie della Cambogia e del Ruanda in prima persona.
Oggi torna a scrivere questo operatore umanitario con Morsi D Africa edito dalla casa editrice VerbaVolant. Uscita prevista per il prossimo dicembre 2011.
L’autore che al momento si trova in Ruanda dove lavora con una ong Americana e` tornato a trattare temi a lui cari.
In Morsi D Africa c`è il tema della Guerra in Congo , l’anarchia infinita della grande nazione Africana afflitta da decenni di violenze. C`è l’Eritrea dimenticata , un paese che stenta ad andare avanti e che la primavera araba di questo lungo anno non ha minimamente scalfito.
C`è il Marocco di Tangeri e la piccolo città di Larache dove Giorgio Trombatore per un lungo anno ha lavorato nelle zone più povere delle città.
Affascinante il capitolo che riguarda la Somalia e l’Ogaden più che mai attuale. L’arroganza dei clan, gli Shebab e la popolazione locale che vive e muore senza poter contrastare minimamente questo stato di cose.
In questo viaggio Trombatore ci porterà in Borneo tra I Dayak e in Darfur tra le suore comboniane che con una volontà ferrea affrontano le difficoltà del governo Sudanese e della Guerra civile in questa parte di mondo.
Il libro scorre veloce e va letto tutto d un fiato. Giorgio Trombatore racconta anche i retroscena del suo vivere quotidiano, del suo amore per la pittura del Caravaggio che lo porterà a fare affrescare riproduzioni del grande maestro persino nel cuore della giungla Congolese infestata da gruppi Mai Mai e dai ribelli del FDLR.
Ma c`è anche il rifiuto a continuare ad essere spettatore di questi drammi e la denuncia a rivoltarsi contro lo status quo che piega milioni di africani ad una vita di miseria e povertà. Da qui spesso il suo sguardo rivolto al passato ai grandi uomini che hanno segnato la storia con la loro visione.
postato da: gtrombatore alle ore 20:01 | link | commenti
categorie: martedì, 07 dicembre 2010Ogaden Dimenticato (tratto dal blog lentezza sopraffina)
Mal d’Africa nelle parole di Giorgio Trombatore. Non solo passione e volontà di “costruire qualcosa di duraturo con e per il popolo africano”, ma anche acuta e sofferta descrizione dei mali violenti e conflittuali d’Africa. Dall’immagine poetica de “L’Ogaden: pastori dai fisici nervosi e sottili, dalla corporatura alta e slanciata; nomadi dai volti scavati, quotidianamente in cammino per terre aride e secche, a seguito di carovane di cammelli”, alla cruda realtà: “Un popolo selvaggio e tribale, per cui le radicate divisioni in clan acutizzano la guerra intestina che prende piede, più velocemente”. Perché far parlare Giorgio Trombatore? E’ un testimone della crisi umanitaria che, descritta in Ogaden, abbraccia tutta L’Africa. Giorgio Trombatore, trentaseienne catanese, da sedici anni operatore umanitario per organizzazioni intergovernative ed ong –cooperante per l’Onu, il Cesvi ed altri soggetti attivi in operazioni d’emergenza-, descrive la regione etiope e spezza il silenzio: la comunità internazionale ancora non punta i riflettori sul conflitto civile in atto nella regione sud-orientale dell’Etiopia. L’Ogaden, a confine con Gibuti, Somalia e Kenya, dalla fine degli anni ‘70 è sede di attacchi bellicosi per l’indipendenza: i kalashnikov ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (ONLF) contro il migliore esercito africano, l’etiope. “A dispetto del resto del Paese in Ogaden si parla somalo, la moneta è somala, la gente musulmana. Inevitabili rivendicazioni d’autonomia dal governo centrale di Addis Abeba, criticato per disinteressarsi della povera regione nel cuore del Corno d’Africa, sono state messe a tacere dai colpi di mortaio o da atti di violenza delle temute truppe del governo, che non ama perdere il controllo di una regione strategica a confine con la Somalia e con giacimenti petroliferi”. Dopo 9 cinesi e 68 etiopi morti il 24 aprile dello scorso anno nell’attacco ribelle contro la stazione petrolifera cinese ad Abole, a 120 km da Jijiga, capitale della Regione 5 dell’Ogaden, il conflitto si sta acutizzando giorno dopo giorno, svelando i suoi dissidi etnici. “Mentre le truppe etiopi erano a Jijiga per un raduno, alle 14 di una calda giornata di maggio, una trentina di guerriglieri dell’etnia Ogaden entrò nel villaggio di Kelafo, sede della ong per cui lavoravo. Il villaggio è diviso da un fiume, linea di demarcazione naturale tra i due principali quartieri, distinti per le due maggiori etnie: i ribelli pastori Ogaden a nord della sponda, i più miti agricoltori Riarbarre a sud. La divisione etnica è molto forte. I guerriglieri Ogaden avanzavano con in mano armi, megafoni e fischietti per impaurire ed infastidire la gente. Rimasero nel villaggio per 2-3 ore: libertà ai detenuti loro simpatizzanti, caccia agli amministratori locali filo-governativi. Ne conoscevano i nomi, ma i ricercati erano già fuggiti. Sembrava andasse tutto liscio, fino a che un guardiano, rifiutandosi di consegnare loro il fucile, venne ucciso. Era dell’etnia Riarbarre”. Trombatore commenta amaramente che se per noi tribale è l’aggettivo di un tatuaggio di moda, in Africa è l’Africa: “Tutto è deciso dai clan e dai war lords, i capi della guerra. I Riarbarre oltrepassarono il fiume con frecce, archi e lance. Ciechi di vendetta, desiderosi solo della morte degli Ogaden. La battaglia tribale venne scongiurata dall’intervento delle truppe etiopi. A giugno un attentato dell’ONLF ferì il governatore somalo di Jijiga”. La testimonianza di Trombatore sottolinea la capacità d’intervento del Fronte di liberazione: i ribelli intensificano le proprie azioni, segno di un circuito di rinforzi ed armi provenienti dall’Eritrea, nemico di Addis Abeba. La risposta governativa: legge marziale, coprifuoco, divieto di ingresso in Ogaden per Croce Rossa Internazionale ed ong. A rimetterci i civili, decimati o sfollati da villaggi bruciati, perché incolpati di appoggiare l’ONLF. “Anche il personale dell’ambasciata norvegese, accusato di spionaggio con l’Eritrea, è stato allontanato ad eccezione del suo ambasciatore ed un paio di suoi aiutanti. Il conflitto in Ogaden rischia di far scoppiare l’Etiopia, impegnata su più fronti: il latente conflitto con l’Eritrea, le truppe etiopi a Mogadiscio in appoggio al governo transitorio somalo”. Testimone oculare di un conflitto in corso accentuato dalle divisioni tribali, Giorgio Trombatore, da gennaio a luglio 2007 è stato responsabile per l’ong torinese CCM (Comitato Collaborazione medica) di un progetto Food aid sovvenzionato dall’Unione Europea: distribuzione di cibo in cambio di prestazioni di lavoro. Sotto di lui uno staff di venti persone tra uomini e donne Ogaden e Riarbarre: “Non potevo essere vittima di lotte tra clan. Ma lo scontro era inevitabile: anche le assunzioni avvengono in base all’etnia. Braccio di ferro di un mese con il capo Ogaden del quartiere nord di Kelafo: con intransigenza voleva che assumessi tre uomini del suo clan per la gestione del magazzino alimentare, situato nell’area di suo controllo. Non cedetti: rinunciai al deposito distribuendo direttamente gli stock in arrivo”. L’asse Kelafo-Mustahil era l’area d’intervento del progetto umanitario rivolto a circa 62.000 beneficiari, vittime dell’inondazione del fiume Uebi Scebeli, infestato da coccodrilli. “Ogni settimana tre viaggi nei diversi villaggi per rifare strade inondate, costruire canali, pozzi, latrine. Mi spostavo con Farah, autista Ogaden: garanzia qualora venissimo fermati dai ribelli dell’ONLF”. In Ogaden i clan girano armati e drogati di chat, erba che cresce spontanea e costa poco. “Date loro kalashnikov e chat e sono tranquilli”. Con amara ironia si svela un problema sociale che divora il Corno d’Africa: “A mezzogiorno corpi inermi dagli occhi lucidi masticano chat all’ombra di piante, in compagnia di bottiglie di Coca Cola. Il chat fa venire sete. Masticarlo è un’usanza culturale, toglie la fame, fa passare il tempo. A Diredaua ed Harar gli uomini spendono i 50 dollari di stipendio medio in chat, piuttosto che in cibo o libri per i figli”. Il racconto di Trombatore sembra ripercorrere i suoi passi: orme lasciate nella sponda nord del fiume Uebi Scebeli tra i pastori nomadi Ogaden, “in costante spostamento alla ricerca di acqua per le mucche”; tra i Riarbarre del sud, “considerati inferiori dagli Ogaden perché agricoltori dai corpi tozzi e dalla pelle più scura”. Si svelano luci e ombre di un popolo con cui “masticare un italiano maccheronico tra i vecchi dei villaggi di Kelafo e Mustahil, dove i ponti costruiti dagli italiani sono segni visibili di un buon ricordo lasciato”. Anche Giorgio voleva costruire qualcosa che lasciasse un segno di sé, pervaso da un senso di precarietà: dopo di lui altri avrebbero portato riso, olio, costruito pozzi. Così sovvenzionato dall’ambasciata dell’Arabia Saudita, ha costruito una moschea, centro della vita comunitaria di ogni villaggio. Gli abitanti di Kelafo erano inizialmente diffidenti: insolita la moschea in cima a Shimberey, una delle due colline dominanti il villaggio, sulle sommità si costruiscono eremi. “Vedendomi risoluto, tutti mi aiutarono: Ogaden e Riarbarre”. Dopo pochi mesi la piccola moschea dagli intonachi blu e bianchi ha preso vita: “Non ero più il farangi, l’uomo bianco tra i neri, ma Giorgio sharif, il nobile”. Racconto di un Ogaden inedito: conosciuto da pochi ed assente tra le righe di Coy Ecce Homo. Storie di un operatore umanitario. Scritto da Giorgio Trombatore per Le Nove Muse Editrice, verrà presentato DOMANI sabato 2 febbraio, alle ore 21, presso la libreria Spazio Terzo Mondo di Seriate. L’autore, insieme al dott. Giangi Milesi, Presidente del Cesvi, e al Dirigente Responsabile Segretariato Sociale Rai, dott. Carlo Romeo, esporrà i perché di pagine appassionate, a volte arrabbiate, a volte silenti, scritte per descrivere il mondo dilaniato dalle guerre secondo il punto di vista di chi c’era. L’Asia, i Balcani ed il Medio Oriente si intrecciano, lasciando spazio alla “sua” Africa, la cui realtà penetra nelle vene e nell’animo.
postato da: cribbio
postato da: gtrombatore alle ore 08:10 | link | commenti
categorie: domenica, 16 marzo 2008DPPA,la pessima gestione umanitaria in Etiopia
DPPA ovvero l’altra faccia degli aiuti Umanitari in Ogaden. Chi gestisce i milioni di euro che ogni anno vengono donati per questa regione dell’Etiopia.
Il 14 Novembre 2007 una missione della EU Troika (Ambasciata Portoghese- Attuale Presidenza Unione Europea-, Ambasciata di Francia e Commissione Europea) si è recata per quattro giorni in Ogaden per verificare la situazione umanitaria e la sicurezza nella regione.
Gli ambasciatori hanno visitato la città di Jijiga, Degehabur, Kebre Dehar ed infine la cittadina di Gode.
Martedì 27 Novembre il sottosegretario per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite John Holmes ha visitato la regione ed ha annunciato che per i prossimi due mesi ogni giorno trenta camion pieni di aiuti umanitari saranno inviati in Ogaden con un totale di 17.000 tonnellate di cibo.
La missione dell'Unione Europea e quella dell’Inviato delle Nazioni Unite sono solo uno degli ultimi segni di distensione che il governo etiope sta cercando di dare alla comunità internazionale nei confronti del problema dell’Ogaden.
Qualche settimana fa', il potente ufficio del DPPC aveva emanato una circolare datata 19 ottobre 2007 dove autorizzava una serie di ONG a riprendere i lavori nella regione dell’Ogaden. Sforzi questi che vengono commentati dalla comunità internazionale in Etiopia come segnali di distensione del governo etiope che da un lato pare spostare il baricentro dei problemi verso l’Eritrea.
In realtà la situazione nel terreno rimane instabile e difficile da controllare. Molti analisti della zona sostengono che il governo sta continuando i suoi rastrellamenti contro quei villaggi che sono accusati di sostenere apertamente l’ONLF (see attachment).
Uno dei problemi maggiori rimane attualmente quello umanitario che coinvolge gran parte i civili. Infatti dei 540 punti di distribuzione di cibo in Ogaden al momento rimangono attivi solo 146 punti , come hanno potuto verificare diverse missioni della comunità internazionale.
Secondo le Nazioni Unite ci sono circa 950.000 persone che hanno bisogno di aiuti alimentari nella regione dell’Ogaden.
Il problema vero e proprio in Ogaden non è tanto la mancanza di aiuti , grazie ai tre più grossi donatori (EU, USA e Cooperazione Inglese) da anni portano avanti programmi alimentari per sostenere la popolazione somala di queste aree, ma più che altro gli uffici governativi che sono incaricati nella distribuzione.
Gli operatori umanitari puntano il dito contro gli uffici federali e regionali del DPPA (livello federale), DPPB (livello regionale) e DPPC (livello distrettuale) che gestiscono il grosso degli aiuti.
Questi uffici nati e voluti per affrontare disastri ( cosi come la dicitura in inglese DDPA- Disaster Prepardness and Prevention Agency-) in realtà sono una potente macchina burocratica etiope che gestisce milioni di euro che ogni anno affluiscono in Etiopia per portare avanti i programmi umanitari.
Questi enti governativi agiscono come dei veri e propri distaccamenti politici e spesso sono in lotta tra loro creando confusione e caos per le organizzazioni non governative che devono accedere ad ogni ufficio per avere autorizzazioni in merito.
Il governo etiope , specialmente in Ogaden, ha posto nei posti chiave del DPPC, Somali di confermata lealtà verso il governo federale.
Questi funzionari governativi gestiscono il grosso degli aiuti umanitari seguendo priorità legate ai favori di clan e agevolando zone ed aree che apertamente sostengono il governo di Meles Zenawie. Si tratta di personale che alle volte non ha capacità nella gestione degli aiuti umanitari, ma che ricopre la funzione esclusivamente per motivi politici. Situazione non facile e gradevole per tutti quegli organismi umanitari che sono costretti per legge a dover chiedere ai vari DPPC dislocati in tutto l’Ogaden la lista dei beneficiari e le aree di intervento.
Purtroppo un altro problema legato alla distribuzione ed agli aiuti umanitari in Ogaden è legato alla presenza di ONG locali somale. Queste,come del resto i vari uffici del DPPC, sono organizzazioni sovente male equipaggiate e che hanno come unico intento ricevere fondi dai grossi donatori internazionali. Le ONG straniere sono obbligate a livello contrattuale ad agire con partner locali, i quali spesso impongono personale scelto dai loro stessi clan ed alle volte sono poco trasparenti nelle loro operazioni.
Ci si chiede quando realmente si copriranno i bisogni di gran parte della popolazione civile somala, fin quando la selezione dei beneficiari è lasciata in mano ad enti governativi troppo corrotti e poco presenti sul territorio. Il grido di allarme di molti operatori del settore pare essere legato quindi non alla disponibilità dei fondi stessi ma all’effettiva utilizzazione di questi ultimi nel territorio.
I funzionari del DPPC sono talmente potenti che le Organizzazioni non Governative si vedono coinvolte nelle lotte tra gli uffici regionali e quelli federali.
Una ONG internazionale , che ha chiesto l’anonimato per evitare problemi con le autorità locali, ha dichiarato che sebbene avesse firmato un accordo a livello regionale (cosiddetto MOU- Memorandum of Understanding), una volta rientrata ad Addis Abeba l’ufficio federale non solo ha annullato il documento in questione ma ha anche minacciato di non estendere il visto ai suoi funzionari. Motivo della diatriba era che il governo federale non aveva intenzione di rilasciare le liste dei beneficiari nonostante il progetto fosse stato già approvato ed i fondi gia' elargiti dal Donatore.
Ogni anno l’Unione Europea dona milioni di euro all’Etiopia per portare avanti programmi di distribuzione alimentare in questa regione, ma, fin quando il governo etiope utilizzerà il DPPA come ufficio atto a monitore gli aiuti, la popolazione civile somala continuera' a morire di fame.
Gli uffici del DPPC a livello locale ogni anno pur di non perdere i fondi degli aiuti (che tra l’altro includono i loro salari, i per diem, gli affitti delle macchine, etc) sono pronti a peggiorare il rapporto dello stato alimentare dei loro concittadini.
Questo non vuol dire che non c’e’ in atto una crisi umanitaria in Ogaden, ma sicuramente tutte quelle zone che usufruiscono dei fondi fanno a gara per rientrare nelle liste dei donatori per i futuri investimenti.
Non è un caso che alcuni operatori umanitari hanno denunciato che mentre distribuivano “mais” alla popolazione civile, nello stesso villaggio venivano caricati camion pieni di “Mais locale” da esportare a Baladuene nella vicina Somalia.
Come dire uno stato di continua emergenza è auspicabile per tutti quelli che lavorano nel settore e soprattutto per quei funzionari degli uffici del DPPA.
Lo stesso vale per le Ong somale coinvolte come controparte locale che nel caso non dovessero ricevere nuovi fondi sarebbero costrette a chiudere i battenti. Ragion per cui sono disposte a portare avanti programmi destinati a fallire per rientrare nel circolo vizioso degli aiuti umanitari.
Se da un lato quindi è giusto che un ente governativo indirizzi le agenzie internazionali per gli aiuti umanitari, dall’altro forse è opportuno che l’Etiopia riveda l’istituzione di questa commissione.
Non ci sarà mai vero sviluppo fin quando questi uffici governativi controlleranno l’intero apparato degli aiuti umanitari nella regione.
Non si potrà parlare di crisi umanitaria fin quando si lascerà a questi enti il totale controllo sul territorio.
Per cercare di coprire ed aiutare quei 950.000 civili che secondo le Nazioni Unite in questi mesi stanno soffrendo e patendo la guerra civile nella regione, si dovrà per forza di cose riuscire a trovare un compromesso con questi uffici governativi per avere più libertà di azione da parte delle ONG nella selezione e nell’identificazione dei beneficiari senza tener conto idee politiche o clan di origine.
Giorgio Trombatore
Larache, Marocco
Dello stesso autore segnaliamo
Il Romanzo “Coy Ecce Homo” editore Le Nove Muse
postato da: gtrombatore alle ore 17:02 | link | commenti
categorie: mercoledì, 07 novembre 2007Venti di Guerra
VENTI DI GUERRA
Badme (Confine Etiopia-Eritrea).
Il 12 Dicembre del 2000 ad Algeri il governo eritreo e quello etiope avevano firmato un accordo di pace che metteva fine ad una folle guerra combattuta lungo il confine.
I motivi di quella guerra erano sulla carta “motivi di frontiera”, ma in realtà i due regimi (quello di Asmara e quello di Addis ) si giocavano ben altre motivazioni.
Con l’accordo di pace firmato ad Algeri si era istituita una Commissione che avrebbe regolato il confine in base ai trattati coloniali (del 1900, 1902,1908).
Questa Commissione termina il suo mandato a fine novembre del 2007, e la situazione lungo il confine è ben lontana dall’essere risolta.
Si parla che solo dalla parte etiope ci sono ammassati lungo il confine circa 120.000 soldati, mentre il governo di Isaias Afwerki ha posizionato lungo il confine eritreo un esercito di circa 100.000 unità.
In alcuni tratti del confine e non lontano dal villaggio di Badme , i due eserciti sono ad una distanza di circa 100 metri,mentre secondo il trattato di Algeri la distanza minima doveva essere di circa 25 km.
Secondo fonti locali , l’esercito eritreo è penetrato nella zona “demilitarizzata “ posizionando circa 4000 uomini ad un passo dalle linee del nemico etiope.
Nella regione del Corno d’Africa, sono in molti quelli che danno per imminente il conflitto.
La presenza di circa 1700 uomini delle Nazioni Unite lungo il confine è stata resa vana , spesso proprio dai due regimi che non consentono agli osservatori di muoversi liberamente per verificare il confine.
I due regimi usano la disputa del confine per mantenere alto il livello di sicurezza nei rispettivi paesi. In Eritrea , come ho già ,spesso fatto presente il regime di Isaias ha azzerato ogni forma di democrazia con arresti preventivi e con una politica di repressione paragonabile allo Zimbabwe.
Per scongiurare l’imminente guerra, la Commissione per la disputa del confine ha chiesto all’Eritrea di ritirare le sue truppe dalla zona demilitarizzata e di permettere al personale dell’ONU (UNMEE) di poter circolare liberamente. La Commissione ha chiesto nello stesso tempo all’Etiopia di accettare la decisione finale e di consegnare il villaggio di Badme all’Eritrea.
220.000 uomini pronti a combattere per un polveroso villaggio nel Corno d’Africa.
Ovviamente dietro alle pretese dei due regimi ci sono motivi ben più profondi, come ad esempio quello dei due governi di finanziare l’uno contro l’altro movimenti di ribelli che mirano a destabilizzare i paesi in causa.
L’Etiopia ha spesso denunciato l’Eritrea di finanziare ed aiutare i ribelli dell’Oromo Liberation Front e persino l’ONLF. Secondo fonti locali il governo eritreo ha finanziato recentemente l’ONLF con armi per portare avanti una guerriglia spietata nella Regione 5.
Credo che tutti ricorderanno l’attacco nel mese di Aprile del 2007 presso il villaggio do Abole dove persero la vita 9 cinesi e 65 etiopi. Inoltre nel mese di Settembre del 2007 l’Eritrea ha ospitato una conferenza con oppositori somali del governo di transizione somalo.
Alla conferenza erano presenti oltre 300 delegati ,incluso membri delle Corti Islamiche , come lo Sceicco Hassan Dahir Aweys. Considerando che dal 2006 le truppe etiopi sono presenti in Somalia per aiutare il governo di transizione , si può comprendere come questa conferenza abbia alquanto disturbato il governo di Meles Zenawie.
Dal canto suo l’Eritrea accusa l’Etiopia di aiutare con armi e finanziamenti il movimento comandato da Berhane Remane (ERDF) che ha sede in Etiopia e mira a rovesciare il governo eritreo di Isaias. Gli Eritrei accusano gli etiopi di reclutare uomini presso i campi profughi di Shiraro e Shimbela e di finanziare attacchi terroristici nel loro paese.
La verità è che a fine Novembre la popolazione di questi due paesi potrà nuovamente ritrovarsi a sostenere una guerra che sicuramente non vuole .
Purtroppo non la pensano così i governanti di questi due regimi, che ricordo hanno già dato l’ordine di ammassare le truppe lungo il confine e di tenersi pronti ad ogni evenienza.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 13:38 | link | commenti
categorie: badme, confine eritreo-etiopemercoledì, 31 ottobre 2007Eritrea, Un popolo in fuga
ERITREA , Un popolo in fuga.
L’Eritrea, piccolo stato del Corno d’Africa ,dal 1993 dopo tanti anni di guerra civile ha raggiunto la tanta sospirata indipendenza.
Ma le gioie e le speranze di questo popolo all’indomani dell’Indipendenza sono state deluse dalla politica suicida del suo leader .
Oggi infatti ad Asmara c’e un partito unico nazionalista che da tempo sta portando il paese alla rovina. Negli ultimi sono centinaia i giovani che abbandonano il paese in fuga dalla povertà, dalla dittatura e da una vita senza speranza.
Senza contare che ancora sono centinaia i prigionieri politici e dissidenti che in questi anni sono stati arrestati dal regime e spediti in “campi di lavoro.”
Il reddito procapite è uno dei più bassi del continente africano ,siamo sui 250 dollari, mentre le potenzialità per questo piccolo paese situato nel corno d’Africa sono immense ;basti pensare alle sue città storiche (Massaia, Agordat, Asmara,ecc..), le sue spiagge mozzafiato, le isole incontaminate, ed ancora panorami spettacolari.
Gli Eritrei sono circa 4 milioni , ma è difficile fare una stima con le continue fughe .Basta pensare che ogni giorno sono tanti quelli che cercano la fuga. Solo nell’ultima settimana di ottobre sono arrivati nelle nostre coste in Italia altri 200 eritrei!. Un dato che la dice lunga su quello che sta accadendo in questo paese.
Un bellissimo popolo quello eritreo. Il gruppo maggioritario è costruito dai Tigrinha, ma ci sono pure i Tigrè, i Rashaida (famosi nomadi), ed ancora i Kumana ed i Nara.
La maggior parte dei giovani ( e non solo) presta servizio nelle forze armate. Pensate che già nel 2001, mi trovavo a lavorare in Eritrea in un progetto delle Nazioni Unite per la ricostruzione di due villaggi (Tessenè e Guluj) seriamente danneggiati dalla guerra civile , già allora dicevo i giovani venivano fermati e mandati a prestare servizio militare per un periodo indefinito.
La mattina poteva capitare che io mi recavo nel cantiere e non trovavo più il mio mastro, perché una jeep dei militari l’aveva prelevato in pieno giorno. Lo stesso accadeva con i mezzi di trasporto, se l’esercito aveva bisogno di un camion veniva se lo prendeva senza dare spiegazioni. Per riavere il camion , dovevo recarmi direttamente presso il vicino comando militare e supplicare il comandante della stazione per riavere i miei mezzi.
Nel 2001 il partito unico ha pensato bene di chiudere i giornali privati ,insomma, non in Eritrea da diversi anni oramai non c’e’ più neanche l’ombra della democrazia.
Il paese è accusato di supportare il terrorismo internazionale. Sicuramente ospita i vari ribelli della regione creando tensione con i paesi confinanti. Ad esempio il capo delle Corti Islamiche se ne sta tranquillo ad Asmara, mentre persino i ribelli del Darfur hanno le loro basi logistiche in questo paese.
Il leader del JEM, Dr. Khalil, mi dicono che è di casa in queste zone.
FUGA
Credo che vi sarete fatti una idea perché gli Eritrei scappano dal loro paese.
In primo luogo dissidenti, ma anche gente comune che è stanca di vivere in un paese che è condannato , senza sbocchi a causa della pazzia del suo leader.
I giovani vogliono raggiungere i parenti che sono già in Europa,altri sostano in Egitto e chiedono ed attendono la chance di raggiungere l’America.
La Pista che fanno solitamente è la seguente :
Considerato che il confine con Kassala (Sudan) presenta molti problemi a causa dei ribelli Beja, gli Eritrei sono costretti a scappare attraverso l’Etiopia che raggiungono attraverso le montagne alle volte dopo anche tre giorni a piedi.
Dall ‘Etiopia
Dall’Etiopia passano per Gondar e poi da lì entrano in Sudan. In Sudan ci sono diverse organizzazioni che aiutano questi disgraziati a scappare per raggiungere l’Europa. Ovviamente è un aiuto pagato in denaro sonante.Ci sono trasportatori , chiamiamoli così che operano nella capitale sudanese. Il più grande centro di raccolta è quello della zona di Ahmarat, un quartiere di Khartoum.
Proprio così in una strada di Ahmarat non lontano dall’ambasciata del Chad opera il più grosso centro di raccolta prima del grande viaggio.
Ci sono vari internet caffè che fungono come canale di arrivo dei profughi. IN questo luogo viene gestito uno dei maggiori traffici degli immigrati. La zona è frequentata prevalentemente da Eritrei, ma ci sono anche sempre più sudanesi che vogliono andare in Europa. Quando il numero è raggiunto , gli immigrati proseguono per il secondo tratto che li porterà in Libia attraverso il deserto.Oramai il servizio è bello che organizzato, poi una volta giunti in Italia , gli Eritrei non hanno problemi a contattare i loro parenti che già da anni risiedono nella zona.
Solo in Sicilia nella zona di Ragusa ci sono grosse comunità già inserite, ma non mancano nel resto dello stivale, basti pensare a Roma a Piacenza e per non citare Milano.
Ma vediamo da vicino questo viaggio verso l’Europa.
Una volta che i profughi sono pronti per partire, gli organizzatori provvedono ad organizzare i veicoli. Solitamente si parte da Ondurman , un altro popoloso quartiere di Khartoum.
Da qui inizia il viaggio vero e proprio nel cuore del deserto in condizioni pietose dato che le vetture sono piene zeppe di gente :
Se va bene raggiungono Kufra (dopo cinque giorni) poi Bengasi , poi Tripoli e solitamente il porto è quello di Zuwarah
Il primo tratto quello di terra di solito costa 400 dollari e poi altri 100 per la polizia libica di frontiera.
L’ultimo tratto quello da Zuwarah a Lampedusa , varia ma siamo sui 1500 .
Ecco fatto, e pensare che all’indomani del 1993 quasi tutte le Nazioni Europee erano pronte ad investire su questo piccolo paese del corno d’Africa. Invece la dura realtà è quella della fuga da un gruppo oligarchico che sta letteralmente uccidendo il futuro di una intera generazione.
Giorgio Trombatore
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 16:13 | link | commenti
categorie: fuga, eritreasabato, 27 ottobre 2007La Stampa è morta, Ogaden in Fiamme
Ogaden in Fiamme
La Stampa è morta
Ennesima battaglia con oltre 100 morti nell’area di Wardhere (sud dell'Etiopia). Il bilancio della guerra civile in Ogaden, non sembra volersi fermare.
I nostri giornali italiani hanno altro di cui parlare tralasciando gli avvenimenti internazionali.
Siamo alle solite, ossia notizie brevi, notizie flash dall’estero. Come la notizia data in fretta sull’attentato alla Bhutto che rientrava dopo parecchi anni in Pakistan e poi si passa subito al ciclista investito dall’ennesimo ubriaco per terminare con il teatrino dei nostri politici. I giornali , del resto non fanno da meno. Sport, il calcio ed ancora il calcio. Allora abbiamo la notizia che Totti che non può giocare in coppa campioni, e Donadoni che non sa se fare giocare Alex Del Piero in nazionale.
Però, ti pare poco.
Nel frattempo ci sono Stati Africani che affogano nella guerra civile e che non sono minimamente menzionati. Cambiano i direttori delle testate dei giornali e dei telegiornali ma i contenuti sono sempre gli stessi.
Provate a chiedere ad un italiano, anzi ad un giornalista di farvi un commento sul processo di pace in Darfur? Provate a chiedergli quali sono le fazioni in lotta? Perché non firmano l’accordo?
Non ci fate vedere la solita ripresa del campo profughi con la mamma che allatta il bambino!.
Cercate di fare una informazione seria ed approfondita.
Proprio non ci riescono. Se poi oggi aprite un giornale a caso (Repubblica, Corriere della Sera, la Stampa, il Giornale, Il Messaggero….sceglietelo voi), provate a chiedervi cosa avrete per le prime quattro pagine? La Politica, ossia il teatrino di casa nostra.
“… Prodi ha detto questo, Berlusconi ha risposto che questo esecutivo è morto…… Pecoraio Scanio ha assunto un nuovo collaboratore così arriva a 400”.Fine dell’informazione.
Come se l’attualità fosse solo il discorso del Presidente Napolitano, o del giudice di Catanzaro.
Ci tengono all’oscuro di ciò che avviene nel mondo.
Ci sono popoli che stanno ancora combattendo il loro Risorgimento, le loro battaglie nazionali, ma da noi non c’e’ nessuno che fa approfondimento.
Non si potrebbe avere qualcosa come la BBC? Che prende le notizie più importanti dal mondo, e le presenta con una analisi (magari non sempre distaccata),ma pur sempre una analisi dei fatti.
Allora,magari si scopre leggendo le notizie che scorrono sotto il giornalista che ultimamente in Ogaden ci sono stati nuovamente scontri con morti tra i civili.
Si scopre che ci sono stati villaggi distrutti e rasi al suolo in Ogaden solo nel 2007! Proprio così in piena attualità dei nostri giorni.
Questi villaggi hanno un nome, sono Wadug, Laasoole, Uubatale, Neef-Kucellove, Jinoole ecc. Poi se uno vuole va a vedere nella cartina e scopre che non lontano dalle spiaggie di Mombasa o dalle isole Dahlak c’e’ una guerra civile a pieno titolo.
Allora ci si rende conto che mentre una parte dell’Etiopia festeggiava il millennio etiope con balli , canti e preghiere, dall’altra parte il miglior esercito africano avanzava attraverso la boscaglia dell’Ogaden per fare terra bruciata di villaggi accusati di essere sostenitori dell’ONLF.
Ed in Italia?
Nessuno menzionava tutto ciò, anzi il nostro Primo Ministro veniva in visita nel paese nel Gennaio del 2007 come se non fosse accaduto nulla. Grandi strette di mano ed ovviamente la parola cooperazione pronunciata tante volte nei meeting.
Fa sempre scena, no?
Ed allora mi domando nuovamente , dove stanno i nostri reporters? Quelli del Corriere , delle Repubblica, che perdono tonnellate di inchiostro dietro alle cazzate del tal ministro che usa il volo di stato per andare a vedere con il figlio il gran premio o danno ampio spazio all’altro ministro che dice si all’utilizzo del Burka in Italia.
Io dico, cerchiamo di trattare con più serietà la nostra attualità, soprattutto alla luce del fatto che molti di questi paesi che sono in guerra ricevono grande quantità di aiuti da parte dell’Unione Europea, e quindi anche dell’Italia.
Informiamo i nostri cittadini, parliamo un po’ di più dei conflitti africani ed asiatici. Dedichiamo qualche ora in più a programmi di aggiornamento, così evitiamo anche che i nostri stessi ministri evitano di fare grosse cazzate.
Magari se il Ministro della Famiglia Bindi prima di acconsentire all’utilizzo del Burqa in Italia, avesse saputo che un paese come il Marocco ha adottato nel codice di famiglia del 2004 una legge che mira a contrastare proprio questi atteggiamenti che colpiscono la dignità della donna.
Il codice prevede che 50 ragazze sono state nominate come guide alla preghiera “MURSHIDAT” , in altre parole dovranno contrastare l’ondata di Islam Jihadista.
Questo è il Marocco, lo sapevate, altro che Ministro Bindi ed il suo Burka, ma VERGOGNATEVI!!!!!!
Lasciamo perdere che è meglio.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
P.S.
Per aggiornamenti sul conflitto in Ogaden potete anche scaricare su www.rekstory.com le ultime notizie.
postato da: gtrombatore alle ore 11:04 | link | commenti
categorie: stampa, ogadengiovedì, 18 ottobre 2007A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
Giorgio Trombatore
Le notizie riguardanti i manifestanti in Birmania o il ritorno di Benazir Butto in Pakistan hanno avuto una notevole copertura da parte delle testate internazionali. Nessuna parola invece per tutto ciò che sta accadendo in Corno D'Africa,. Solo qualche timido commento qua e là da parte di giornali più o meno impegnati.
Eppure qualcosa sta accadendo di grave in questa regione senza che nessuno gli abbia dedicato un serio ed approfondito spazio per rendere partecipe la comunità internazionali di questi nuovi nascenti drammi.
Vediamolo questo Corno D’Africa , allora…
In Somalia il nuovo governo di Ali Ghedi sta cercando a fatica di unire un paese devastato dalla guerra civile .Dal 1990 in poi il paese non ha conosciuto un periodo di pace. Dopo qualche tentativo dittatoriale di qualche personaggio più o meno illustre, il paese si è consegnato sino all'anno scorso ai Signori della Guerra. Poi l'ennesima, pace ed infine la Somalia di oggi, con più nemici di sempre. A sud le Corti Islamiche che continuano a fare sentire la loro presenza a Mogadiscio e negli ultimi giorni hanno esteso il loro raggio persino a Baidoa già sede del governo di transizione.
NOn è bastato l'intervento delle forze agli ordini di Meles Zenawi a portare quell'ordine e quella stabilità da tutti auspicata.
Anzi l'intervento Etiope sembra portare nuove forme di irrigidimento da parte di quei gruppi somali da sempre ostili al governo Etiope. Inoltre l’atteggiamento dei militari etiopi è stato spesso condannato dai somali per la loro estrema durezza.
Nessuna buona notizia nemmeno dal fronte Eritreo.
Il paese che all’indomani dell’indipendenza dall’Etiopia ci si aspettava un futuro roseo e brillante per questa piccola nazione del Corno D’Africa. Le mille aspettative sono state quasi pressoché deluse all'indomani dell'indipendenza .
Infatti solo dopo qualche anno del governo di Isaias si è delineata in tutta la sua gravità la vera anima di questo governo.
Un paese che ha visto cadere ai minimi storici la sua economia, ma soprattutto che ha schiacciato ogni forma di libertà di stampa e di opinione.
Risultato ? Emigrazione in massa da parte dei giovani eritrei, arresti di dissidenti politici, chiusura di giornali, insomma la caduta a precipizio di un paese con immensi potenziali.
L'unica cosa che è riuscita bene al governo di Isaias è stata quella di ospitare tutti i gruppi ribelli della zona. A partire dai capi del JEM (justice equality movement) del Nord Darfur, a pezzi da novanta delle Corti.
Questo quadro poco esilarante si chiude con quello che sta avvenendo in Ogaden. Nessuno fa menzione della guerra civile in atto nel paese Etiope.
Si parla di interi villaggi distrutti da parte delle truppe etiopi per contrastare quelli che loro definiscono traditori e supporters dell'ONLF.
Eppure nessuno sembra farci caso. Si vedono su internet le proteste sulla Birmania, sul fotografo giapponese morto a Rangoon ( per carità giustissime) ma nessuna parola su villaggi distrutti e poveri somali costretti ad emigrare nelle città del sud come Jijija o Gode o persino tornare in Somalia.
Evidentemente la guerra di Meles non da fastidio a nessuno, Italia compresa dato che aldilà di qualche timido commento qua e là, nessuno ha preso una posizione seria.
Siamo alle solite, allora forse devono muoversi i giornalisti come sanno fare bene loro. Come quando riescono a sollecitare le masse per bloccare l'esecuzione a morte di qualche condannato americano, che magari ha pure ucciso.
Noi aspettiamo che qualche voce del giornalismo internazionale si faccia sentire e cominci a denunciare ciò che sta avvenendo in Ogaden. Mentre diamo la caccia ai generali Serbi, cerchiamo di colpire e fermare quei generali africani che in questo momento stanno usando la forza contro la popolazione civile.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 13:57 | link | commenti
categorie: ogadenmartedì, 16 ottobre 2007In ricordo di Umberto Fusaroli Casadei
Omaggio a Umberto Fusaroli Casadei
Qualche giorno fa è morto Umberto Fusaroli Casadei in un banale incidente d’auto in Emilia Romagna.
Umberto Fusaroli Casadei aveva 81 anni ed era noto come capo partigiano di Bertinoro e figlio di un martire della Resistenza.
Ho conosciuto Casadei a Maputo in Mozambico negli anni novanta. A quel tempo lavoravo con le Nazioni Unite (ONUMOZ); avevo poco più di 23 anni quando lo incontrai per la prima volta nella capitale mozambicana.
Per quasi due anni ho vissuto con Casadei, infatti avevo preso in affitto dalla moglie alcune stanze della loro villa di Maputo.
Così, per caso, ero entrato in casa del grande rivoluzionario Casadei che dopo aver lasciato l’Italia nel dopoguerra italiano era giunto in Africa per combattere contro il colonialismo portoghese .
Diventai subito suo amico . Spesso la sera sua moglie mi chiamava per unirmi a loro in salotto . Casadei come al solito era sempre seduto di fronte la televisione a guardare il telegiornale.
Il popolo Mozambicano da li a poco si accingeva ad andare per la prima volta alle urne, e Casadei in quelle serate africane mi raccontava del suo passato rivoluzionario in Italia e la sua guerra in Africa.
Seduto, ingrassato e circondato da galline e cagnolini che giravano indisturbati per la Villa, Casadei mi raccontava con grande serenità i suoi anni giovanili.
La pistola era sempre sul tavolino, pronta per ogni evenienza e quando le cose da li a poco si misero male per il povero Casadei la moglie mi affidò un fucile per qualsiasi evenienza.
Mi piaceva Casadei, soprattutto mi piaceva quel suo essersi lanciato in avventure più grandi di lui, il suo stile frugale e soprattutto il suo coraggio temerario che non indietreggiava proprio davanti a nulla.
Come un vecchio D’Annunzio che a cinquanta anni suonati marciava su Fiume, questo vecchio rivoluzionario non voleva assolutamente mollare.
Una volta mi raccontò come di fronte casa sua due mozambicani stavano tentando di rubare una macchina, e lui si precipitò immediatamente fuori per cercare di fermarli, ma non si era accorto di avere dimenticato la pistola. Quando il ladro si accorse del suo arrivo si girò gli puntò in faccia la pistola e dopo qualche instante infinito premette il grilletto, ma la pistola fece cilecca.
Era così Casadei, si lanciava senza battere ciglio e non si tirava mai indietro.
Ricordo che ad un certo momento alcuni sicari avevano già più volte tentato di ucciderlo. Credo si trattasse per lo scandalo dell'‘ “affare Pinto “ che teneva banco in quel periodo in Mozambico. Casadei aveva fatto delle ricerche che alcuni uomini del governo mozambicano trovarono molto scomode, così decisero di farlo tacere una volta per tutte.
Un giorno mi chiese di accompagnarlo in ospedale, e mi disse che oramai non si poteva fidare di nessuno. Sapeva che i sicari volevano ucciderlo e che appena avesse messo fuori il piede dalla villa i rischi erano elevatissimi. Quel giorno mi presentai con un pulmino dell’ONU e feci sedere Casadei nel mezzo del pulmino circondato da guardie del corpo.
Grazie a Dio andò tutto liscio.
Qualche tempo dopo lo accompagnai in aeroporto. Il suo amico, Presidente dell’Uganda, Museveni lo aveva invitato in Uganda. Accompagnai Casadei fin su la scaletta del volo LAM che lo doveva portare fuori dal paese.
L’ultimo ricordo che ho di Casadei fu nel gennaio del 1995 quando insieme viaggiammo in Sud Africa a Johannesburg. Mentro ero in attesa del mio volo per l’Italia fui colto dalla malaria . Il vecchio Casadei mi portò subito nell’infermeria dell’aeroporto .
Da quel giorno non l’ho più rivisto. Ho saputo che era rientrato in Italia insieme al suo cagnolino “Giggio”.
Non credo sia retorica affermare che in una società come la nostra dove tra talk- show, vallette e isole dei famosi, la morte di un vero rivoluzionario come Casadei non importa proprio a nessuno.
Qui si sta parlando di Uomini che hanno imbracciato il fucile per combattere quello in cui credevano, che sono partiti per l’Africa e si sono schierati contro il più bieco colonialismo.
Qui si sta parlando di gente che a settanta anni suonati quando usciva di casa doveva guardasi le spalle perché governanti corrotti temevano le inchieste dell’uomo Casadei.
Per questo ci tenevo a salutarti ed a modo mio a renderti omaggio, perché sebbene non condividessi le tue idee politiche, ti ammiravo come Uomo d’azione.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
Etiopia
Tuesday, November 29, 2011
Ogaden, Giorgio Trombatore
coledì, 28 settembre 2011Finalmente esce a dicembre, Morsi D Africa
Africa: sta per uscire “Morsi d’Africa” il nuovo romanzo di Giorgio Trombatore
Dopo quattro anni di lungo silenzio Giorgio Trombatore è tornato con un nuovo romanzo. Chi ha letto Coy Ecce Homo sicuramente avrà apprezzato questo scrittore siciliano che con sottile ironia ci aveva presentato le tragedie della Cambogia e del Ruanda in prima persona.
Oggi torna a scrivere questo operatore umanitario con Morsi D Africa edito dalla casa editrice VerbaVolant. Uscita prevista per il prossimo dicembre 2011.
L’autore che al momento si trova in Ruanda dove lavora con una ong Americana e` tornato a trattare temi a lui cari.
In Morsi D Africa c`è il tema della Guerra in Congo , l’anarchia infinita della grande nazione Africana afflitta da decenni di violenze. C`è l’Eritrea dimenticata , un paese che stenta ad andare avanti e che la primavera araba di questo lungo anno non ha minimamente scalfito.
C`è il Marocco di Tangeri e la piccolo città di Larache dove Giorgio Trombatore per un lungo anno ha lavorato nelle zone più povere delle città.
Affascinante il capitolo che riguarda la Somalia e l’Ogaden più che mai attuale. L’arroganza dei clan, gli Shebab e la popolazione locale che vive e muore senza poter contrastare minimamente questo stato di cose.
In questo viaggio Trombatore ci porterà in Borneo tra I Dayak e in Darfur tra le suore comboniane che con una volontà ferrea affrontano le difficoltà del governo Sudanese e della Guerra civile in questa parte di mondo.
Il libro scorre veloce e va letto tutto d un fiato. Giorgio Trombatore racconta anche i retroscena del suo vivere quotidiano, del suo amore per la pittura del Caravaggio che lo porterà a fare affrescare riproduzioni del grande maestro persino nel cuore della giungla Congolese infestata da gruppi Mai Mai e dai ribelli del FDLR.
Ma c`è anche il rifiuto a continuare ad essere spettatore di questi drammi e la denuncia a rivoltarsi contro lo status quo che piega milioni di africani ad una vita di miseria e povertà. Da qui spesso il suo sguardo rivolto al passato ai grandi uomini che hanno segnato la storia con la loro visione.
postato da: gtrombatore alle ore 20:01 | link | commenti
categorie: martedì, 07 dicembre 2010Ogaden Dimenticato (tratto dal blog lentezza sopraffina)
Mal d’Africa nelle parole di Giorgio Trombatore. Non solo passione e volontà di “costruire qualcosa di duraturo con e per il popolo africano”, ma anche acuta e sofferta descrizione dei mali violenti e conflittuali d’Africa. Dall’immagine poetica de “L’Ogaden: pastori dai fisici nervosi e sottili, dalla corporatura alta e slanciata; nomadi dai volti scavati, quotidianamente in cammino per terre aride e secche, a seguito di carovane di cammelli”, alla cruda realtà: “Un popolo selvaggio e tribale, per cui le radicate divisioni in clan acutizzano la guerra intestina che prende piede, più velocemente”. Perché far parlare Giorgio Trombatore? E’ un testimone della crisi umanitaria che, descritta in Ogaden, abbraccia tutta L’Africa. Giorgio Trombatore, trentaseienne catanese, da sedici anni operatore umanitario per organizzazioni intergovernative ed ong –cooperante per l’Onu, il Cesvi ed altri soggetti attivi in operazioni d’emergenza-, descrive la regione etiope e spezza il silenzio: la comunità internazionale ancora non punta i riflettori sul conflitto civile in atto nella regione sud-orientale dell’Etiopia. L’Ogaden, a confine con Gibuti, Somalia e Kenya, dalla fine degli anni ‘70 è sede di attacchi bellicosi per l’indipendenza: i kalashnikov ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (ONLF) contro il migliore esercito africano, l’etiope. “A dispetto del resto del Paese in Ogaden si parla somalo, la moneta è somala, la gente musulmana. Inevitabili rivendicazioni d’autonomia dal governo centrale di Addis Abeba, criticato per disinteressarsi della povera regione nel cuore del Corno d’Africa, sono state messe a tacere dai colpi di mortaio o da atti di violenza delle temute truppe del governo, che non ama perdere il controllo di una regione strategica a confine con la Somalia e con giacimenti petroliferi”. Dopo 9 cinesi e 68 etiopi morti il 24 aprile dello scorso anno nell’attacco ribelle contro la stazione petrolifera cinese ad Abole, a 120 km da Jijiga, capitale della Regione 5 dell’Ogaden, il conflitto si sta acutizzando giorno dopo giorno, svelando i suoi dissidi etnici. “Mentre le truppe etiopi erano a Jijiga per un raduno, alle 14 di una calda giornata di maggio, una trentina di guerriglieri dell’etnia Ogaden entrò nel villaggio di Kelafo, sede della ong per cui lavoravo. Il villaggio è diviso da un fiume, linea di demarcazione naturale tra i due principali quartieri, distinti per le due maggiori etnie: i ribelli pastori Ogaden a nord della sponda, i più miti agricoltori Riarbarre a sud. La divisione etnica è molto forte. I guerriglieri Ogaden avanzavano con in mano armi, megafoni e fischietti per impaurire ed infastidire la gente. Rimasero nel villaggio per 2-3 ore: libertà ai detenuti loro simpatizzanti, caccia agli amministratori locali filo-governativi. Ne conoscevano i nomi, ma i ricercati erano già fuggiti. Sembrava andasse tutto liscio, fino a che un guardiano, rifiutandosi di consegnare loro il fucile, venne ucciso. Era dell’etnia Riarbarre”. Trombatore commenta amaramente che se per noi tribale è l’aggettivo di un tatuaggio di moda, in Africa è l’Africa: “Tutto è deciso dai clan e dai war lords, i capi della guerra. I Riarbarre oltrepassarono il fiume con frecce, archi e lance. Ciechi di vendetta, desiderosi solo della morte degli Ogaden. La battaglia tribale venne scongiurata dall’intervento delle truppe etiopi. A giugno un attentato dell’ONLF ferì il governatore somalo di Jijiga”. La testimonianza di Trombatore sottolinea la capacità d’intervento del Fronte di liberazione: i ribelli intensificano le proprie azioni, segno di un circuito di rinforzi ed armi provenienti dall’Eritrea, nemico di Addis Abeba. La risposta governativa: legge marziale, coprifuoco, divieto di ingresso in Ogaden per Croce Rossa Internazionale ed ong. A rimetterci i civili, decimati o sfollati da villaggi bruciati, perché incolpati di appoggiare l’ONLF. “Anche il personale dell’ambasciata norvegese, accusato di spionaggio con l’Eritrea, è stato allontanato ad eccezione del suo ambasciatore ed un paio di suoi aiutanti. Il conflitto in Ogaden rischia di far scoppiare l’Etiopia, impegnata su più fronti: il latente conflitto con l’Eritrea, le truppe etiopi a Mogadiscio in appoggio al governo transitorio somalo”. Testimone oculare di un conflitto in corso accentuato dalle divisioni tribali, Giorgio Trombatore, da gennaio a luglio 2007 è stato responsabile per l’ong torinese CCM (Comitato Collaborazione medica) di un progetto Food aid sovvenzionato dall’Unione Europea: distribuzione di cibo in cambio di prestazioni di lavoro. Sotto di lui uno staff di venti persone tra uomini e donne Ogaden e Riarbarre: “Non potevo essere vittima di lotte tra clan. Ma lo scontro era inevitabile: anche le assunzioni avvengono in base all’etnia. Braccio di ferro di un mese con il capo Ogaden del quartiere nord di Kelafo: con intransigenza voleva che assumessi tre uomini del suo clan per la gestione del magazzino alimentare, situato nell’area di suo controllo. Non cedetti: rinunciai al deposito distribuendo direttamente gli stock in arrivo”. L’asse Kelafo-Mustahil era l’area d’intervento del progetto umanitario rivolto a circa 62.000 beneficiari, vittime dell’inondazione del fiume Uebi Scebeli, infestato da coccodrilli. “Ogni settimana tre viaggi nei diversi villaggi per rifare strade inondate, costruire canali, pozzi, latrine. Mi spostavo con Farah, autista Ogaden: garanzia qualora venissimo fermati dai ribelli dell’ONLF”. In Ogaden i clan girano armati e drogati di chat, erba che cresce spontanea e costa poco. “Date loro kalashnikov e chat e sono tranquilli”. Con amara ironia si svela un problema sociale che divora il Corno d’Africa: “A mezzogiorno corpi inermi dagli occhi lucidi masticano chat all’ombra di piante, in compagnia di bottiglie di Coca Cola. Il chat fa venire sete. Masticarlo è un’usanza culturale, toglie la fame, fa passare il tempo. A Diredaua ed Harar gli uomini spendono i 50 dollari di stipendio medio in chat, piuttosto che in cibo o libri per i figli”. Il racconto di Trombatore sembra ripercorrere i suoi passi: orme lasciate nella sponda nord del fiume Uebi Scebeli tra i pastori nomadi Ogaden, “in costante spostamento alla ricerca di acqua per le mucche”; tra i Riarbarre del sud, “considerati inferiori dagli Ogaden perché agricoltori dai corpi tozzi e dalla pelle più scura”. Si svelano luci e ombre di un popolo con cui “masticare un italiano maccheronico tra i vecchi dei villaggi di Kelafo e Mustahil, dove i ponti costruiti dagli italiani sono segni visibili di un buon ricordo lasciato”. Anche Giorgio voleva costruire qualcosa che lasciasse un segno di sé, pervaso da un senso di precarietà: dopo di lui altri avrebbero portato riso, olio, costruito pozzi. Così sovvenzionato dall’ambasciata dell’Arabia Saudita, ha costruito una moschea, centro della vita comunitaria di ogni villaggio. Gli abitanti di Kelafo erano inizialmente diffidenti: insolita la moschea in cima a Shimberey, una delle due colline dominanti il villaggio, sulle sommità si costruiscono eremi. “Vedendomi risoluto, tutti mi aiutarono: Ogaden e Riarbarre”. Dopo pochi mesi la piccola moschea dagli intonachi blu e bianchi ha preso vita: “Non ero più il farangi, l’uomo bianco tra i neri, ma Giorgio sharif, il nobile”. Racconto di un Ogaden inedito: conosciuto da pochi ed assente tra le righe di Coy Ecce Homo. Storie di un operatore umanitario. Scritto da Giorgio Trombatore per Le Nove Muse Editrice, verrà presentato DOMANI sabato 2 febbraio, alle ore 21, presso la libreria Spazio Terzo Mondo di Seriate. L’autore, insieme al dott. Giangi Milesi, Presidente del Cesvi, e al Dirigente Responsabile Segretariato Sociale Rai, dott. Carlo Romeo, esporrà i perché di pagine appassionate, a volte arrabbiate, a volte silenti, scritte per descrivere il mondo dilaniato dalle guerre secondo il punto di vista di chi c’era. L’Asia, i Balcani ed il Medio Oriente si intrecciano, lasciando spazio alla “sua” Africa, la cui realtà penetra nelle vene e nell’animo.
postato da: cribbio
postato da: gtrombatore alle ore 08:10 | link | commenti
categorie: domenica, 16 marzo 2008DPPA,la pessima gestione umanitaria in Etiopia
DPPA ovvero l’altra faccia degli aiuti Umanitari in Ogaden. Chi gestisce i milioni di euro che ogni anno vengono donati per questa regione dell’Etiopia.
Il 14 Novembre 2007 una missione della EU Troika (Ambasciata Portoghese- Attuale Presidenza Unione Europea-, Ambasciata di Francia e Commissione Europea) si è recata per quattro giorni in Ogaden per verificare la situazione umanitaria e la sicurezza nella regione.
Gli ambasciatori hanno visitato la città di Jijiga, Degehabur, Kebre Dehar ed infine la cittadina di Gode.
Martedì 27 Novembre il sottosegretario per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite John Holmes ha visitato la regione ed ha annunciato che per i prossimi due mesi ogni giorno trenta camion pieni di aiuti umanitari saranno inviati in Ogaden con un totale di 17.000 tonnellate di cibo.
La missione dell'Unione Europea e quella dell’Inviato delle Nazioni Unite sono solo uno degli ultimi segni di distensione che il governo etiope sta cercando di dare alla comunità internazionale nei confronti del problema dell’Ogaden.
Qualche settimana fa', il potente ufficio del DPPC aveva emanato una circolare datata 19 ottobre 2007 dove autorizzava una serie di ONG a riprendere i lavori nella regione dell’Ogaden. Sforzi questi che vengono commentati dalla comunità internazionale in Etiopia come segnali di distensione del governo etiope che da un lato pare spostare il baricentro dei problemi verso l’Eritrea.
In realtà la situazione nel terreno rimane instabile e difficile da controllare. Molti analisti della zona sostengono che il governo sta continuando i suoi rastrellamenti contro quei villaggi che sono accusati di sostenere apertamente l’ONLF (see attachment).
Uno dei problemi maggiori rimane attualmente quello umanitario che coinvolge gran parte i civili. Infatti dei 540 punti di distribuzione di cibo in Ogaden al momento rimangono attivi solo 146 punti , come hanno potuto verificare diverse missioni della comunità internazionale.
Secondo le Nazioni Unite ci sono circa 950.000 persone che hanno bisogno di aiuti alimentari nella regione dell’Ogaden.
Il problema vero e proprio in Ogaden non è tanto la mancanza di aiuti , grazie ai tre più grossi donatori (EU, USA e Cooperazione Inglese) da anni portano avanti programmi alimentari per sostenere la popolazione somala di queste aree, ma più che altro gli uffici governativi che sono incaricati nella distribuzione.
Gli operatori umanitari puntano il dito contro gli uffici federali e regionali del DPPA (livello federale), DPPB (livello regionale) e DPPC (livello distrettuale) che gestiscono il grosso degli aiuti.
Questi uffici nati e voluti per affrontare disastri ( cosi come la dicitura in inglese DDPA- Disaster Prepardness and Prevention Agency-) in realtà sono una potente macchina burocratica etiope che gestisce milioni di euro che ogni anno affluiscono in Etiopia per portare avanti i programmi umanitari.
Questi enti governativi agiscono come dei veri e propri distaccamenti politici e spesso sono in lotta tra loro creando confusione e caos per le organizzazioni non governative che devono accedere ad ogni ufficio per avere autorizzazioni in merito.
Il governo etiope , specialmente in Ogaden, ha posto nei posti chiave del DPPC, Somali di confermata lealtà verso il governo federale.
Questi funzionari governativi gestiscono il grosso degli aiuti umanitari seguendo priorità legate ai favori di clan e agevolando zone ed aree che apertamente sostengono il governo di Meles Zenawie. Si tratta di personale che alle volte non ha capacità nella gestione degli aiuti umanitari, ma che ricopre la funzione esclusivamente per motivi politici. Situazione non facile e gradevole per tutti quegli organismi umanitari che sono costretti per legge a dover chiedere ai vari DPPC dislocati in tutto l’Ogaden la lista dei beneficiari e le aree di intervento.
Purtroppo un altro problema legato alla distribuzione ed agli aiuti umanitari in Ogaden è legato alla presenza di ONG locali somale. Queste,come del resto i vari uffici del DPPC, sono organizzazioni sovente male equipaggiate e che hanno come unico intento ricevere fondi dai grossi donatori internazionali. Le ONG straniere sono obbligate a livello contrattuale ad agire con partner locali, i quali spesso impongono personale scelto dai loro stessi clan ed alle volte sono poco trasparenti nelle loro operazioni.
Ci si chiede quando realmente si copriranno i bisogni di gran parte della popolazione civile somala, fin quando la selezione dei beneficiari è lasciata in mano ad enti governativi troppo corrotti e poco presenti sul territorio. Il grido di allarme di molti operatori del settore pare essere legato quindi non alla disponibilità dei fondi stessi ma all’effettiva utilizzazione di questi ultimi nel territorio.
I funzionari del DPPC sono talmente potenti che le Organizzazioni non Governative si vedono coinvolte nelle lotte tra gli uffici regionali e quelli federali.
Una ONG internazionale , che ha chiesto l’anonimato per evitare problemi con le autorità locali, ha dichiarato che sebbene avesse firmato un accordo a livello regionale (cosiddetto MOU- Memorandum of Understanding), una volta rientrata ad Addis Abeba l’ufficio federale non solo ha annullato il documento in questione ma ha anche minacciato di non estendere il visto ai suoi funzionari. Motivo della diatriba era che il governo federale non aveva intenzione di rilasciare le liste dei beneficiari nonostante il progetto fosse stato già approvato ed i fondi gia' elargiti dal Donatore.
Ogni anno l’Unione Europea dona milioni di euro all’Etiopia per portare avanti programmi di distribuzione alimentare in questa regione, ma, fin quando il governo etiope utilizzerà il DPPA come ufficio atto a monitore gli aiuti, la popolazione civile somala continuera' a morire di fame.
Gli uffici del DPPC a livello locale ogni anno pur di non perdere i fondi degli aiuti (che tra l’altro includono i loro salari, i per diem, gli affitti delle macchine, etc) sono pronti a peggiorare il rapporto dello stato alimentare dei loro concittadini.
Questo non vuol dire che non c’e’ in atto una crisi umanitaria in Ogaden, ma sicuramente tutte quelle zone che usufruiscono dei fondi fanno a gara per rientrare nelle liste dei donatori per i futuri investimenti.
Non è un caso che alcuni operatori umanitari hanno denunciato che mentre distribuivano “mais” alla popolazione civile, nello stesso villaggio venivano caricati camion pieni di “Mais locale” da esportare a Baladuene nella vicina Somalia.
Come dire uno stato di continua emergenza è auspicabile per tutti quelli che lavorano nel settore e soprattutto per quei funzionari degli uffici del DPPA.
Lo stesso vale per le Ong somale coinvolte come controparte locale che nel caso non dovessero ricevere nuovi fondi sarebbero costrette a chiudere i battenti. Ragion per cui sono disposte a portare avanti programmi destinati a fallire per rientrare nel circolo vizioso degli aiuti umanitari.
Se da un lato quindi è giusto che un ente governativo indirizzi le agenzie internazionali per gli aiuti umanitari, dall’altro forse è opportuno che l’Etiopia riveda l’istituzione di questa commissione.
Non ci sarà mai vero sviluppo fin quando questi uffici governativi controlleranno l’intero apparato degli aiuti umanitari nella regione.
Non si potrà parlare di crisi umanitaria fin quando si lascerà a questi enti il totale controllo sul territorio.
Per cercare di coprire ed aiutare quei 950.000 civili che secondo le Nazioni Unite in questi mesi stanno soffrendo e patendo la guerra civile nella regione, si dovrà per forza di cose riuscire a trovare un compromesso con questi uffici governativi per avere più libertà di azione da parte delle ONG nella selezione e nell’identificazione dei beneficiari senza tener conto idee politiche o clan di origine.
Giorgio Trombatore
Larache, Marocco
Dello stesso autore segnaliamo
Il Romanzo “Coy Ecce Homo” editore Le Nove Muse
postato da: gtrombatore alle ore 17:02 | link | commenti
categorie: mercoledì, 07 novembre 2007Venti di Guerra
VENTI DI GUERRA
Badme (Confine Etiopia-Eritrea).
Il 12 Dicembre del 2000 ad Algeri il governo eritreo e quello etiope avevano firmato un accordo di pace che metteva fine ad una folle guerra combattuta lungo il confine.
I motivi di quella guerra erano sulla carta “motivi di frontiera”, ma in realtà i due regimi (quello di Asmara e quello di Addis ) si giocavano ben altre motivazioni.
Con l’accordo di pace firmato ad Algeri si era istituita una Commissione che avrebbe regolato il confine in base ai trattati coloniali (del 1900, 1902,1908).
Questa Commissione termina il suo mandato a fine novembre del 2007, e la situazione lungo il confine è ben lontana dall’essere risolta.
Si parla che solo dalla parte etiope ci sono ammassati lungo il confine circa 120.000 soldati, mentre il governo di Isaias Afwerki ha posizionato lungo il confine eritreo un esercito di circa 100.000 unità.
In alcuni tratti del confine e non lontano dal villaggio di Badme , i due eserciti sono ad una distanza di circa 100 metri,mentre secondo il trattato di Algeri la distanza minima doveva essere di circa 25 km.
Secondo fonti locali , l’esercito eritreo è penetrato nella zona “demilitarizzata “ posizionando circa 4000 uomini ad un passo dalle linee del nemico etiope.
Nella regione del Corno d’Africa, sono in molti quelli che danno per imminente il conflitto.
La presenza di circa 1700 uomini delle Nazioni Unite lungo il confine è stata resa vana , spesso proprio dai due regimi che non consentono agli osservatori di muoversi liberamente per verificare il confine.
I due regimi usano la disputa del confine per mantenere alto il livello di sicurezza nei rispettivi paesi. In Eritrea , come ho già ,spesso fatto presente il regime di Isaias ha azzerato ogni forma di democrazia con arresti preventivi e con una politica di repressione paragonabile allo Zimbabwe.
Per scongiurare l’imminente guerra, la Commissione per la disputa del confine ha chiesto all’Eritrea di ritirare le sue truppe dalla zona demilitarizzata e di permettere al personale dell’ONU (UNMEE) di poter circolare liberamente. La Commissione ha chiesto nello stesso tempo all’Etiopia di accettare la decisione finale e di consegnare il villaggio di Badme all’Eritrea.
220.000 uomini pronti a combattere per un polveroso villaggio nel Corno d’Africa.
Ovviamente dietro alle pretese dei due regimi ci sono motivi ben più profondi, come ad esempio quello dei due governi di finanziare l’uno contro l’altro movimenti di ribelli che mirano a destabilizzare i paesi in causa.
L’Etiopia ha spesso denunciato l’Eritrea di finanziare ed aiutare i ribelli dell’Oromo Liberation Front e persino l’ONLF. Secondo fonti locali il governo eritreo ha finanziato recentemente l’ONLF con armi per portare avanti una guerriglia spietata nella Regione 5.
Credo che tutti ricorderanno l’attacco nel mese di Aprile del 2007 presso il villaggio do Abole dove persero la vita 9 cinesi e 65 etiopi. Inoltre nel mese di Settembre del 2007 l’Eritrea ha ospitato una conferenza con oppositori somali del governo di transizione somalo.
Alla conferenza erano presenti oltre 300 delegati ,incluso membri delle Corti Islamiche , come lo Sceicco Hassan Dahir Aweys. Considerando che dal 2006 le truppe etiopi sono presenti in Somalia per aiutare il governo di transizione , si può comprendere come questa conferenza abbia alquanto disturbato il governo di Meles Zenawie.
Dal canto suo l’Eritrea accusa l’Etiopia di aiutare con armi e finanziamenti il movimento comandato da Berhane Remane (ERDF) che ha sede in Etiopia e mira a rovesciare il governo eritreo di Isaias. Gli Eritrei accusano gli etiopi di reclutare uomini presso i campi profughi di Shiraro e Shimbela e di finanziare attacchi terroristici nel loro paese.
La verità è che a fine Novembre la popolazione di questi due paesi potrà nuovamente ritrovarsi a sostenere una guerra che sicuramente non vuole .
Purtroppo non la pensano così i governanti di questi due regimi, che ricordo hanno già dato l’ordine di ammassare le truppe lungo il confine e di tenersi pronti ad ogni evenienza.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
topocoy@yahoo.com
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categorie: badme, confine eritreo-etiopemercoledì, 31 ottobre 2007Eritrea, Un popolo in fuga
ERITREA , Un popolo in fuga.
L’Eritrea, piccolo stato del Corno d’Africa ,dal 1993 dopo tanti anni di guerra civile ha raggiunto la tanta sospirata indipendenza.
Ma le gioie e le speranze di questo popolo all’indomani dell’Indipendenza sono state deluse dalla politica suicida del suo leader .
Oggi infatti ad Asmara c’e un partito unico nazionalista che da tempo sta portando il paese alla rovina. Negli ultimi sono centinaia i giovani che abbandonano il paese in fuga dalla povertà, dalla dittatura e da una vita senza speranza.
Senza contare che ancora sono centinaia i prigionieri politici e dissidenti che in questi anni sono stati arrestati dal regime e spediti in “campi di lavoro.”
Il reddito procapite è uno dei più bassi del continente africano ,siamo sui 250 dollari, mentre le potenzialità per questo piccolo paese situato nel corno d’Africa sono immense ;basti pensare alle sue città storiche (Massaia, Agordat, Asmara,ecc..), le sue spiagge mozzafiato, le isole incontaminate, ed ancora panorami spettacolari.
Gli Eritrei sono circa 4 milioni , ma è difficile fare una stima con le continue fughe .Basta pensare che ogni giorno sono tanti quelli che cercano la fuga. Solo nell’ultima settimana di ottobre sono arrivati nelle nostre coste in Italia altri 200 eritrei!. Un dato che la dice lunga su quello che sta accadendo in questo paese.
Un bellissimo popolo quello eritreo. Il gruppo maggioritario è costruito dai Tigrinha, ma ci sono pure i Tigrè, i Rashaida (famosi nomadi), ed ancora i Kumana ed i Nara.
La maggior parte dei giovani ( e non solo) presta servizio nelle forze armate. Pensate che già nel 2001, mi trovavo a lavorare in Eritrea in un progetto delle Nazioni Unite per la ricostruzione di due villaggi (Tessenè e Guluj) seriamente danneggiati dalla guerra civile , già allora dicevo i giovani venivano fermati e mandati a prestare servizio militare per un periodo indefinito.
La mattina poteva capitare che io mi recavo nel cantiere e non trovavo più il mio mastro, perché una jeep dei militari l’aveva prelevato in pieno giorno. Lo stesso accadeva con i mezzi di trasporto, se l’esercito aveva bisogno di un camion veniva se lo prendeva senza dare spiegazioni. Per riavere il camion , dovevo recarmi direttamente presso il vicino comando militare e supplicare il comandante della stazione per riavere i miei mezzi.
Nel 2001 il partito unico ha pensato bene di chiudere i giornali privati ,insomma, non in Eritrea da diversi anni oramai non c’e’ più neanche l’ombra della democrazia.
Il paese è accusato di supportare il terrorismo internazionale. Sicuramente ospita i vari ribelli della regione creando tensione con i paesi confinanti. Ad esempio il capo delle Corti Islamiche se ne sta tranquillo ad Asmara, mentre persino i ribelli del Darfur hanno le loro basi logistiche in questo paese.
Il leader del JEM, Dr. Khalil, mi dicono che è di casa in queste zone.
FUGA
Credo che vi sarete fatti una idea perché gli Eritrei scappano dal loro paese.
In primo luogo dissidenti, ma anche gente comune che è stanca di vivere in un paese che è condannato , senza sbocchi a causa della pazzia del suo leader.
I giovani vogliono raggiungere i parenti che sono già in Europa,altri sostano in Egitto e chiedono ed attendono la chance di raggiungere l’America.
La Pista che fanno solitamente è la seguente :
Considerato che il confine con Kassala (Sudan) presenta molti problemi a causa dei ribelli Beja, gli Eritrei sono costretti a scappare attraverso l’Etiopia che raggiungono attraverso le montagne alle volte dopo anche tre giorni a piedi.
Dall ‘Etiopia
Dall’Etiopia passano per Gondar e poi da lì entrano in Sudan. In Sudan ci sono diverse organizzazioni che aiutano questi disgraziati a scappare per raggiungere l’Europa. Ovviamente è un aiuto pagato in denaro sonante.Ci sono trasportatori , chiamiamoli così che operano nella capitale sudanese. Il più grande centro di raccolta è quello della zona di Ahmarat, un quartiere di Khartoum.
Proprio così in una strada di Ahmarat non lontano dall’ambasciata del Chad opera il più grosso centro di raccolta prima del grande viaggio.
Ci sono vari internet caffè che fungono come canale di arrivo dei profughi. IN questo luogo viene gestito uno dei maggiori traffici degli immigrati. La zona è frequentata prevalentemente da Eritrei, ma ci sono anche sempre più sudanesi che vogliono andare in Europa. Quando il numero è raggiunto , gli immigrati proseguono per il secondo tratto che li porterà in Libia attraverso il deserto.Oramai il servizio è bello che organizzato, poi una volta giunti in Italia , gli Eritrei non hanno problemi a contattare i loro parenti che già da anni risiedono nella zona.
Solo in Sicilia nella zona di Ragusa ci sono grosse comunità già inserite, ma non mancano nel resto dello stivale, basti pensare a Roma a Piacenza e per non citare Milano.
Ma vediamo da vicino questo viaggio verso l’Europa.
Una volta che i profughi sono pronti per partire, gli organizzatori provvedono ad organizzare i veicoli. Solitamente si parte da Ondurman , un altro popoloso quartiere di Khartoum.
Da qui inizia il viaggio vero e proprio nel cuore del deserto in condizioni pietose dato che le vetture sono piene zeppe di gente :
Se va bene raggiungono Kufra (dopo cinque giorni) poi Bengasi , poi Tripoli e solitamente il porto è quello di Zuwarah
Il primo tratto quello di terra di solito costa 400 dollari e poi altri 100 per la polizia libica di frontiera.
L’ultimo tratto quello da Zuwarah a Lampedusa , varia ma siamo sui 1500 .
Ecco fatto, e pensare che all’indomani del 1993 quasi tutte le Nazioni Europee erano pronte ad investire su questo piccolo paese del corno d’Africa. Invece la dura realtà è quella della fuga da un gruppo oligarchico che sta letteralmente uccidendo il futuro di una intera generazione.
Giorgio Trombatore
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 16:13 | link | commenti
categorie: fuga, eritreasabato, 27 ottobre 2007La Stampa è morta, Ogaden in Fiamme
Ogaden in Fiamme
La Stampa è morta
Ennesima battaglia con oltre 100 morti nell’area di Wardhere (sud dell'Etiopia). Il bilancio della guerra civile in Ogaden, non sembra volersi fermare.
I nostri giornali italiani hanno altro di cui parlare tralasciando gli avvenimenti internazionali.
Siamo alle solite, ossia notizie brevi, notizie flash dall’estero. Come la notizia data in fretta sull’attentato alla Bhutto che rientrava dopo parecchi anni in Pakistan e poi si passa subito al ciclista investito dall’ennesimo ubriaco per terminare con il teatrino dei nostri politici. I giornali , del resto non fanno da meno. Sport, il calcio ed ancora il calcio. Allora abbiamo la notizia che Totti che non può giocare in coppa campioni, e Donadoni che non sa se fare giocare Alex Del Piero in nazionale.
Però, ti pare poco.
Nel frattempo ci sono Stati Africani che affogano nella guerra civile e che non sono minimamente menzionati. Cambiano i direttori delle testate dei giornali e dei telegiornali ma i contenuti sono sempre gli stessi.
Provate a chiedere ad un italiano, anzi ad un giornalista di farvi un commento sul processo di pace in Darfur? Provate a chiedergli quali sono le fazioni in lotta? Perché non firmano l’accordo?
Non ci fate vedere la solita ripresa del campo profughi con la mamma che allatta il bambino!.
Cercate di fare una informazione seria ed approfondita.
Proprio non ci riescono. Se poi oggi aprite un giornale a caso (Repubblica, Corriere della Sera, la Stampa, il Giornale, Il Messaggero….sceglietelo voi), provate a chiedervi cosa avrete per le prime quattro pagine? La Politica, ossia il teatrino di casa nostra.
“… Prodi ha detto questo, Berlusconi ha risposto che questo esecutivo è morto…… Pecoraio Scanio ha assunto un nuovo collaboratore così arriva a 400”.Fine dell’informazione.
Come se l’attualità fosse solo il discorso del Presidente Napolitano, o del giudice di Catanzaro.
Ci tengono all’oscuro di ciò che avviene nel mondo.
Ci sono popoli che stanno ancora combattendo il loro Risorgimento, le loro battaglie nazionali, ma da noi non c’e’ nessuno che fa approfondimento.
Non si potrebbe avere qualcosa come la BBC? Che prende le notizie più importanti dal mondo, e le presenta con una analisi (magari non sempre distaccata),ma pur sempre una analisi dei fatti.
Allora,magari si scopre leggendo le notizie che scorrono sotto il giornalista che ultimamente in Ogaden ci sono stati nuovamente scontri con morti tra i civili.
Si scopre che ci sono stati villaggi distrutti e rasi al suolo in Ogaden solo nel 2007! Proprio così in piena attualità dei nostri giorni.
Questi villaggi hanno un nome, sono Wadug, Laasoole, Uubatale, Neef-Kucellove, Jinoole ecc. Poi se uno vuole va a vedere nella cartina e scopre che non lontano dalle spiaggie di Mombasa o dalle isole Dahlak c’e’ una guerra civile a pieno titolo.
Allora ci si rende conto che mentre una parte dell’Etiopia festeggiava il millennio etiope con balli , canti e preghiere, dall’altra parte il miglior esercito africano avanzava attraverso la boscaglia dell’Ogaden per fare terra bruciata di villaggi accusati di essere sostenitori dell’ONLF.
Ed in Italia?
Nessuno menzionava tutto ciò, anzi il nostro Primo Ministro veniva in visita nel paese nel Gennaio del 2007 come se non fosse accaduto nulla. Grandi strette di mano ed ovviamente la parola cooperazione pronunciata tante volte nei meeting.
Fa sempre scena, no?
Ed allora mi domando nuovamente , dove stanno i nostri reporters? Quelli del Corriere , delle Repubblica, che perdono tonnellate di inchiostro dietro alle cazzate del tal ministro che usa il volo di stato per andare a vedere con il figlio il gran premio o danno ampio spazio all’altro ministro che dice si all’utilizzo del Burka in Italia.
Io dico, cerchiamo di trattare con più serietà la nostra attualità, soprattutto alla luce del fatto che molti di questi paesi che sono in guerra ricevono grande quantità di aiuti da parte dell’Unione Europea, e quindi anche dell’Italia.
Informiamo i nostri cittadini, parliamo un po’ di più dei conflitti africani ed asiatici. Dedichiamo qualche ora in più a programmi di aggiornamento, così evitiamo anche che i nostri stessi ministri evitano di fare grosse cazzate.
Magari se il Ministro della Famiglia Bindi prima di acconsentire all’utilizzo del Burqa in Italia, avesse saputo che un paese come il Marocco ha adottato nel codice di famiglia del 2004 una legge che mira a contrastare proprio questi atteggiamenti che colpiscono la dignità della donna.
Il codice prevede che 50 ragazze sono state nominate come guide alla preghiera “MURSHIDAT” , in altre parole dovranno contrastare l’ondata di Islam Jihadista.
Questo è il Marocco, lo sapevate, altro che Ministro Bindi ed il suo Burka, ma VERGOGNATEVI!!!!!!
Lasciamo perdere che è meglio.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
P.S.
Per aggiornamenti sul conflitto in Ogaden potete anche scaricare su www.rekstory.com le ultime notizie.
postato da: gtrombatore alle ore 11:04 | link | commenti
categorie: stampa, ogadengiovedì, 18 ottobre 2007A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
Giorgio Trombatore
Le notizie riguardanti i manifestanti in Birmania o il ritorno di Benazir Butto in Pakistan hanno avuto una notevole copertura da parte delle testate internazionali. Nessuna parola invece per tutto ciò che sta accadendo in Corno D'Africa,. Solo qualche timido commento qua e là da parte di giornali più o meno impegnati.
Eppure qualcosa sta accadendo di grave in questa regione senza che nessuno gli abbia dedicato un serio ed approfondito spazio per rendere partecipe la comunità internazionali di questi nuovi nascenti drammi.
Vediamolo questo Corno D’Africa , allora…
In Somalia il nuovo governo di Ali Ghedi sta cercando a fatica di unire un paese devastato dalla guerra civile .Dal 1990 in poi il paese non ha conosciuto un periodo di pace. Dopo qualche tentativo dittatoriale di qualche personaggio più o meno illustre, il paese si è consegnato sino all'anno scorso ai Signori della Guerra. Poi l'ennesima, pace ed infine la Somalia di oggi, con più nemici di sempre. A sud le Corti Islamiche che continuano a fare sentire la loro presenza a Mogadiscio e negli ultimi giorni hanno esteso il loro raggio persino a Baidoa già sede del governo di transizione.
NOn è bastato l'intervento delle forze agli ordini di Meles Zenawi a portare quell'ordine e quella stabilità da tutti auspicata.
Anzi l'intervento Etiope sembra portare nuove forme di irrigidimento da parte di quei gruppi somali da sempre ostili al governo Etiope. Inoltre l’atteggiamento dei militari etiopi è stato spesso condannato dai somali per la loro estrema durezza.
Nessuna buona notizia nemmeno dal fronte Eritreo.
Il paese che all’indomani dell’indipendenza dall’Etiopia ci si aspettava un futuro roseo e brillante per questa piccola nazione del Corno D’Africa. Le mille aspettative sono state quasi pressoché deluse all'indomani dell'indipendenza .
Infatti solo dopo qualche anno del governo di Isaias si è delineata in tutta la sua gravità la vera anima di questo governo.
Un paese che ha visto cadere ai minimi storici la sua economia, ma soprattutto che ha schiacciato ogni forma di libertà di stampa e di opinione.
Risultato ? Emigrazione in massa da parte dei giovani eritrei, arresti di dissidenti politici, chiusura di giornali, insomma la caduta a precipizio di un paese con immensi potenziali.
L'unica cosa che è riuscita bene al governo di Isaias è stata quella di ospitare tutti i gruppi ribelli della zona. A partire dai capi del JEM (justice equality movement) del Nord Darfur, a pezzi da novanta delle Corti.
Questo quadro poco esilarante si chiude con quello che sta avvenendo in Ogaden. Nessuno fa menzione della guerra civile in atto nel paese Etiope.
Si parla di interi villaggi distrutti da parte delle truppe etiopi per contrastare quelli che loro definiscono traditori e supporters dell'ONLF.
Eppure nessuno sembra farci caso. Si vedono su internet le proteste sulla Birmania, sul fotografo giapponese morto a Rangoon ( per carità giustissime) ma nessuna parola su villaggi distrutti e poveri somali costretti ad emigrare nelle città del sud come Jijija o Gode o persino tornare in Somalia.
Evidentemente la guerra di Meles non da fastidio a nessuno, Italia compresa dato che aldilà di qualche timido commento qua e là, nessuno ha preso una posizione seria.
Siamo alle solite, allora forse devono muoversi i giornalisti come sanno fare bene loro. Come quando riescono a sollecitare le masse per bloccare l'esecuzione a morte di qualche condannato americano, che magari ha pure ucciso.
Noi aspettiamo che qualche voce del giornalismo internazionale si faccia sentire e cominci a denunciare ciò che sta avvenendo in Ogaden. Mentre diamo la caccia ai generali Serbi, cerchiamo di colpire e fermare quei generali africani che in questo momento stanno usando la forza contro la popolazione civile.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 13:57 | link | commenti
categorie: ogadenmartedì, 16 ottobre 2007In ricordo di Umberto Fusaroli Casadei
Omaggio a Umberto Fusaroli Casadei
Qualche giorno fa è morto Umberto Fusaroli Casadei in un banale incidente d’auto in Emilia Romagna.
Umberto Fusaroli Casadei aveva 81 anni ed era noto come capo partigiano di Bertinoro e figlio di un martire della Resistenza.
Ho conosciuto Casadei a Maputo in Mozambico negli anni novanta. A quel tempo lavoravo con le Nazioni Unite (ONUMOZ); avevo poco più di 23 anni quando lo incontrai per la prima volta nella capitale mozambicana.
Per quasi due anni ho vissuto con Casadei, infatti avevo preso in affitto dalla moglie alcune stanze della loro villa di Maputo.
Così, per caso, ero entrato in casa del grande rivoluzionario Casadei che dopo aver lasciato l’Italia nel dopoguerra italiano era giunto in Africa per combattere contro il colonialismo portoghese .
Diventai subito suo amico . Spesso la sera sua moglie mi chiamava per unirmi a loro in salotto . Casadei come al solito era sempre seduto di fronte la televisione a guardare il telegiornale.
Il popolo Mozambicano da li a poco si accingeva ad andare per la prima volta alle urne, e Casadei in quelle serate africane mi raccontava del suo passato rivoluzionario in Italia e la sua guerra in Africa.
Seduto, ingrassato e circondato da galline e cagnolini che giravano indisturbati per la Villa, Casadei mi raccontava con grande serenità i suoi anni giovanili.
La pistola era sempre sul tavolino, pronta per ogni evenienza e quando le cose da li a poco si misero male per il povero Casadei la moglie mi affidò un fucile per qualsiasi evenienza.
Mi piaceva Casadei, soprattutto mi piaceva quel suo essersi lanciato in avventure più grandi di lui, il suo stile frugale e soprattutto il suo coraggio temerario che non indietreggiava proprio davanti a nulla.
Come un vecchio D’Annunzio che a cinquanta anni suonati marciava su Fiume, questo vecchio rivoluzionario non voleva assolutamente mollare.
Una volta mi raccontò come di fronte casa sua due mozambicani stavano tentando di rubare una macchina, e lui si precipitò immediatamente fuori per cercare di fermarli, ma non si era accorto di avere dimenticato la pistola. Quando il ladro si accorse del suo arrivo si girò gli puntò in faccia la pistola e dopo qualche instante infinito premette il grilletto, ma la pistola fece cilecca.
Era così Casadei, si lanciava senza battere ciglio e non si tirava mai indietro.
Ricordo che ad un certo momento alcuni sicari avevano già più volte tentato di ucciderlo. Credo si trattasse per lo scandalo dell'‘ “affare Pinto “ che teneva banco in quel periodo in Mozambico. Casadei aveva fatto delle ricerche che alcuni uomini del governo mozambicano trovarono molto scomode, così decisero di farlo tacere una volta per tutte.
Un giorno mi chiese di accompagnarlo in ospedale, e mi disse che oramai non si poteva fidare di nessuno. Sapeva che i sicari volevano ucciderlo e che appena avesse messo fuori il piede dalla villa i rischi erano elevatissimi. Quel giorno mi presentai con un pulmino dell’ONU e feci sedere Casadei nel mezzo del pulmino circondato da guardie del corpo.
Grazie a Dio andò tutto liscio.
Qualche tempo dopo lo accompagnai in aeroporto. Il suo amico, Presidente dell’Uganda, Museveni lo aveva invitato in Uganda. Accompagnai Casadei fin su la scaletta del volo LAM che lo doveva portare fuori dal paese.
L’ultimo ricordo che ho di Casadei fu nel gennaio del 1995 quando insieme viaggiammo in Sud Africa a Johannesburg. Mentro ero in attesa del mio volo per l’Italia fui colto dalla malaria . Il vecchio Casadei mi portò subito nell’infermeria dell’aeroporto .
Da quel giorno non l’ho più rivisto. Ho saputo che era rientrato in Italia insieme al suo cagnolino “Giggio”.
Non credo sia retorica affermare che in una società come la nostra dove tra talk- show, vallette e isole dei famosi, la morte di un vero rivoluzionario come Casadei non importa proprio a nessuno.
Qui si sta parlando di Uomini che hanno imbracciato il fucile per combattere quello in cui credevano, che sono partiti per l’Africa e si sono schierati contro il più bieco colonialismo.
Qui si sta parlando di gente che a settanta anni suonati quando usciva di casa doveva guardasi le spalle perché governanti corrotti temevano le inchieste dell’uomo Casadei.
Per questo ci tenevo a salutarti ed a modo mio a renderti omaggio, perché sebbene non condividessi le tue idee politiche, ti ammiravo come Uomo d’azione.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
Etiopia
Africa: sta per uscire “Morsi d’Africa” il nuovo romanzo di Giorgio Trombatore
Dopo quattro anni di lungo silenzio Giorgio Trombatore è tornato con un nuovo romanzo. Chi ha letto Coy Ecce Homo sicuramente avrà apprezzato questo scrittore siciliano che con sottile ironia ci aveva presentato le tragedie della Cambogia e del Ruanda in prima persona.
Oggi torna a scrivere questo operatore umanitario con Morsi D Africa edito dalla casa editrice VerbaVolant. Uscita prevista per il prossimo dicembre 2011.
L’autore che al momento si trova in Ruanda dove lavora con una ong Americana e` tornato a trattare temi a lui cari.
In Morsi D Africa c`è il tema della Guerra in Congo , l’anarchia infinita della grande nazione Africana afflitta da decenni di violenze. C`è l’Eritrea dimenticata , un paese che stenta ad andare avanti e che la primavera araba di questo lungo anno non ha minimamente scalfito.
C`è il Marocco di Tangeri e la piccolo città di Larache dove Giorgio Trombatore per un lungo anno ha lavorato nelle zone più povere delle città.
Affascinante il capitolo che riguarda la Somalia e l’Ogaden più che mai attuale. L’arroganza dei clan, gli Shebab e la popolazione locale che vive e muore senza poter contrastare minimamente questo stato di cose.
In questo viaggio Trombatore ci porterà in Borneo tra I Dayak e in Darfur tra le suore comboniane che con una volontà ferrea affrontano le difficoltà del governo Sudanese e della Guerra civile in questa parte di mondo.
Il libro scorre veloce e va letto tutto d un fiato. Giorgio Trombatore racconta anche i retroscena del suo vivere quotidiano, del suo amore per la pittura del Caravaggio che lo porterà a fare affrescare riproduzioni del grande maestro persino nel cuore della giungla Congolese infestata da gruppi Mai Mai e dai ribelli del FDLR.
Ma c`è anche il rifiuto a continuare ad essere spettatore di questi drammi e la denuncia a rivoltarsi contro lo status quo che piega milioni di africani ad una vita di miseria e povertà. Da qui spesso il suo sguardo rivolto al passato ai grandi uomini che hanno segnato la storia con la loro visione.
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categorie: martedì, 07 dicembre 2010Ogaden Dimenticato (tratto dal blog lentezza sopraffina)
Mal d’Africa nelle parole di Giorgio Trombatore. Non solo passione e volontà di “costruire qualcosa di duraturo con e per il popolo africano”, ma anche acuta e sofferta descrizione dei mali violenti e conflittuali d’Africa. Dall’immagine poetica de “L’Ogaden: pastori dai fisici nervosi e sottili, dalla corporatura alta e slanciata; nomadi dai volti scavati, quotidianamente in cammino per terre aride e secche, a seguito di carovane di cammelli”, alla cruda realtà: “Un popolo selvaggio e tribale, per cui le radicate divisioni in clan acutizzano la guerra intestina che prende piede, più velocemente”. Perché far parlare Giorgio Trombatore? E’ un testimone della crisi umanitaria che, descritta in Ogaden, abbraccia tutta L’Africa. Giorgio Trombatore, trentaseienne catanese, da sedici anni operatore umanitario per organizzazioni intergovernative ed ong –cooperante per l’Onu, il Cesvi ed altri soggetti attivi in operazioni d’emergenza-, descrive la regione etiope e spezza il silenzio: la comunità internazionale ancora non punta i riflettori sul conflitto civile in atto nella regione sud-orientale dell’Etiopia. L’Ogaden, a confine con Gibuti, Somalia e Kenya, dalla fine degli anni ‘70 è sede di attacchi bellicosi per l’indipendenza: i kalashnikov ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (ONLF) contro il migliore esercito africano, l’etiope. “A dispetto del resto del Paese in Ogaden si parla somalo, la moneta è somala, la gente musulmana. Inevitabili rivendicazioni d’autonomia dal governo centrale di Addis Abeba, criticato per disinteressarsi della povera regione nel cuore del Corno d’Africa, sono state messe a tacere dai colpi di mortaio o da atti di violenza delle temute truppe del governo, che non ama perdere il controllo di una regione strategica a confine con la Somalia e con giacimenti petroliferi”. Dopo 9 cinesi e 68 etiopi morti il 24 aprile dello scorso anno nell’attacco ribelle contro la stazione petrolifera cinese ad Abole, a 120 km da Jijiga, capitale della Regione 5 dell’Ogaden, il conflitto si sta acutizzando giorno dopo giorno, svelando i suoi dissidi etnici. “Mentre le truppe etiopi erano a Jijiga per un raduno, alle 14 di una calda giornata di maggio, una trentina di guerriglieri dell’etnia Ogaden entrò nel villaggio di Kelafo, sede della ong per cui lavoravo. Il villaggio è diviso da un fiume, linea di demarcazione naturale tra i due principali quartieri, distinti per le due maggiori etnie: i ribelli pastori Ogaden a nord della sponda, i più miti agricoltori Riarbarre a sud. La divisione etnica è molto forte. I guerriglieri Ogaden avanzavano con in mano armi, megafoni e fischietti per impaurire ed infastidire la gente. Rimasero nel villaggio per 2-3 ore: libertà ai detenuti loro simpatizzanti, caccia agli amministratori locali filo-governativi. Ne conoscevano i nomi, ma i ricercati erano già fuggiti. Sembrava andasse tutto liscio, fino a che un guardiano, rifiutandosi di consegnare loro il fucile, venne ucciso. Era dell’etnia Riarbarre”. Trombatore commenta amaramente che se per noi tribale è l’aggettivo di un tatuaggio di moda, in Africa è l’Africa: “Tutto è deciso dai clan e dai war lords, i capi della guerra. I Riarbarre oltrepassarono il fiume con frecce, archi e lance. Ciechi di vendetta, desiderosi solo della morte degli Ogaden. La battaglia tribale venne scongiurata dall’intervento delle truppe etiopi. A giugno un attentato dell’ONLF ferì il governatore somalo di Jijiga”. La testimonianza di Trombatore sottolinea la capacità d’intervento del Fronte di liberazione: i ribelli intensificano le proprie azioni, segno di un circuito di rinforzi ed armi provenienti dall’Eritrea, nemico di Addis Abeba. La risposta governativa: legge marziale, coprifuoco, divieto di ingresso in Ogaden per Croce Rossa Internazionale ed ong. A rimetterci i civili, decimati o sfollati da villaggi bruciati, perché incolpati di appoggiare l’ONLF. “Anche il personale dell’ambasciata norvegese, accusato di spionaggio con l’Eritrea, è stato allontanato ad eccezione del suo ambasciatore ed un paio di suoi aiutanti. Il conflitto in Ogaden rischia di far scoppiare l’Etiopia, impegnata su più fronti: il latente conflitto con l’Eritrea, le truppe etiopi a Mogadiscio in appoggio al governo transitorio somalo”. Testimone oculare di un conflitto in corso accentuato dalle divisioni tribali, Giorgio Trombatore, da gennaio a luglio 2007 è stato responsabile per l’ong torinese CCM (Comitato Collaborazione medica) di un progetto Food aid sovvenzionato dall’Unione Europea: distribuzione di cibo in cambio di prestazioni di lavoro. Sotto di lui uno staff di venti persone tra uomini e donne Ogaden e Riarbarre: “Non potevo essere vittima di lotte tra clan. Ma lo scontro era inevitabile: anche le assunzioni avvengono in base all’etnia. Braccio di ferro di un mese con il capo Ogaden del quartiere nord di Kelafo: con intransigenza voleva che assumessi tre uomini del suo clan per la gestione del magazzino alimentare, situato nell’area di suo controllo. Non cedetti: rinunciai al deposito distribuendo direttamente gli stock in arrivo”. L’asse Kelafo-Mustahil era l’area d’intervento del progetto umanitario rivolto a circa 62.000 beneficiari, vittime dell’inondazione del fiume Uebi Scebeli, infestato da coccodrilli. “Ogni settimana tre viaggi nei diversi villaggi per rifare strade inondate, costruire canali, pozzi, latrine. Mi spostavo con Farah, autista Ogaden: garanzia qualora venissimo fermati dai ribelli dell’ONLF”. In Ogaden i clan girano armati e drogati di chat, erba che cresce spontanea e costa poco. “Date loro kalashnikov e chat e sono tranquilli”. Con amara ironia si svela un problema sociale che divora il Corno d’Africa: “A mezzogiorno corpi inermi dagli occhi lucidi masticano chat all’ombra di piante, in compagnia di bottiglie di Coca Cola. Il chat fa venire sete. Masticarlo è un’usanza culturale, toglie la fame, fa passare il tempo. A Diredaua ed Harar gli uomini spendono i 50 dollari di stipendio medio in chat, piuttosto che in cibo o libri per i figli”. Il racconto di Trombatore sembra ripercorrere i suoi passi: orme lasciate nella sponda nord del fiume Uebi Scebeli tra i pastori nomadi Ogaden, “in costante spostamento alla ricerca di acqua per le mucche”; tra i Riarbarre del sud, “considerati inferiori dagli Ogaden perché agricoltori dai corpi tozzi e dalla pelle più scura”. Si svelano luci e ombre di un popolo con cui “masticare un italiano maccheronico tra i vecchi dei villaggi di Kelafo e Mustahil, dove i ponti costruiti dagli italiani sono segni visibili di un buon ricordo lasciato”. Anche Giorgio voleva costruire qualcosa che lasciasse un segno di sé, pervaso da un senso di precarietà: dopo di lui altri avrebbero portato riso, olio, costruito pozzi. Così sovvenzionato dall’ambasciata dell’Arabia Saudita, ha costruito una moschea, centro della vita comunitaria di ogni villaggio. Gli abitanti di Kelafo erano inizialmente diffidenti: insolita la moschea in cima a Shimberey, una delle due colline dominanti il villaggio, sulle sommità si costruiscono eremi. “Vedendomi risoluto, tutti mi aiutarono: Ogaden e Riarbarre”. Dopo pochi mesi la piccola moschea dagli intonachi blu e bianchi ha preso vita: “Non ero più il farangi, l’uomo bianco tra i neri, ma Giorgio sharif, il nobile”. Racconto di un Ogaden inedito: conosciuto da pochi ed assente tra le righe di Coy Ecce Homo. Storie di un operatore umanitario. Scritto da Giorgio Trombatore per Le Nove Muse Editrice, verrà presentato DOMANI sabato 2 febbraio, alle ore 21, presso la libreria Spazio Terzo Mondo di Seriate. L’autore, insieme al dott. Giangi Milesi, Presidente del Cesvi, e al Dirigente Responsabile Segretariato Sociale Rai, dott. Carlo Romeo, esporrà i perché di pagine appassionate, a volte arrabbiate, a volte silenti, scritte per descrivere il mondo dilaniato dalle guerre secondo il punto di vista di chi c’era. L’Asia, i Balcani ed il Medio Oriente si intrecciano, lasciando spazio alla “sua” Africa, la cui realtà penetra nelle vene e nell’animo.
postato da: cribbio
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categorie: domenica, 16 marzo 2008DPPA,la pessima gestione umanitaria in Etiopia
DPPA ovvero l’altra faccia degli aiuti Umanitari in Ogaden. Chi gestisce i milioni di euro che ogni anno vengono donati per questa regione dell’Etiopia.
Il 14 Novembre 2007 una missione della EU Troika (Ambasciata Portoghese- Attuale Presidenza Unione Europea-, Ambasciata di Francia e Commissione Europea) si è recata per quattro giorni in Ogaden per verificare la situazione umanitaria e la sicurezza nella regione.
Gli ambasciatori hanno visitato la città di Jijiga, Degehabur, Kebre Dehar ed infine la cittadina di Gode.
Martedì 27 Novembre il sottosegretario per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite John Holmes ha visitato la regione ed ha annunciato che per i prossimi due mesi ogni giorno trenta camion pieni di aiuti umanitari saranno inviati in Ogaden con un totale di 17.000 tonnellate di cibo.
La missione dell'Unione Europea e quella dell’Inviato delle Nazioni Unite sono solo uno degli ultimi segni di distensione che il governo etiope sta cercando di dare alla comunità internazionale nei confronti del problema dell’Ogaden.
Qualche settimana fa', il potente ufficio del DPPC aveva emanato una circolare datata 19 ottobre 2007 dove autorizzava una serie di ONG a riprendere i lavori nella regione dell’Ogaden. Sforzi questi che vengono commentati dalla comunità internazionale in Etiopia come segnali di distensione del governo etiope che da un lato pare spostare il baricentro dei problemi verso l’Eritrea.
In realtà la situazione nel terreno rimane instabile e difficile da controllare. Molti analisti della zona sostengono che il governo sta continuando i suoi rastrellamenti contro quei villaggi che sono accusati di sostenere apertamente l’ONLF (see attachment).
Uno dei problemi maggiori rimane attualmente quello umanitario che coinvolge gran parte i civili. Infatti dei 540 punti di distribuzione di cibo in Ogaden al momento rimangono attivi solo 146 punti , come hanno potuto verificare diverse missioni della comunità internazionale.
Secondo le Nazioni Unite ci sono circa 950.000 persone che hanno bisogno di aiuti alimentari nella regione dell’Ogaden.
Il problema vero e proprio in Ogaden non è tanto la mancanza di aiuti , grazie ai tre più grossi donatori (EU, USA e Cooperazione Inglese) da anni portano avanti programmi alimentari per sostenere la popolazione somala di queste aree, ma più che altro gli uffici governativi che sono incaricati nella distribuzione.
Gli operatori umanitari puntano il dito contro gli uffici federali e regionali del DPPA (livello federale), DPPB (livello regionale) e DPPC (livello distrettuale) che gestiscono il grosso degli aiuti.
Questi uffici nati e voluti per affrontare disastri ( cosi come la dicitura in inglese DDPA- Disaster Prepardness and Prevention Agency-) in realtà sono una potente macchina burocratica etiope che gestisce milioni di euro che ogni anno affluiscono in Etiopia per portare avanti i programmi umanitari.
Questi enti governativi agiscono come dei veri e propri distaccamenti politici e spesso sono in lotta tra loro creando confusione e caos per le organizzazioni non governative che devono accedere ad ogni ufficio per avere autorizzazioni in merito.
Il governo etiope , specialmente in Ogaden, ha posto nei posti chiave del DPPC, Somali di confermata lealtà verso il governo federale.
Questi funzionari governativi gestiscono il grosso degli aiuti umanitari seguendo priorità legate ai favori di clan e agevolando zone ed aree che apertamente sostengono il governo di Meles Zenawie. Si tratta di personale che alle volte non ha capacità nella gestione degli aiuti umanitari, ma che ricopre la funzione esclusivamente per motivi politici. Situazione non facile e gradevole per tutti quegli organismi umanitari che sono costretti per legge a dover chiedere ai vari DPPC dislocati in tutto l’Ogaden la lista dei beneficiari e le aree di intervento.
Purtroppo un altro problema legato alla distribuzione ed agli aiuti umanitari in Ogaden è legato alla presenza di ONG locali somale. Queste,come del resto i vari uffici del DPPC, sono organizzazioni sovente male equipaggiate e che hanno come unico intento ricevere fondi dai grossi donatori internazionali. Le ONG straniere sono obbligate a livello contrattuale ad agire con partner locali, i quali spesso impongono personale scelto dai loro stessi clan ed alle volte sono poco trasparenti nelle loro operazioni.
Ci si chiede quando realmente si copriranno i bisogni di gran parte della popolazione civile somala, fin quando la selezione dei beneficiari è lasciata in mano ad enti governativi troppo corrotti e poco presenti sul territorio. Il grido di allarme di molti operatori del settore pare essere legato quindi non alla disponibilità dei fondi stessi ma all’effettiva utilizzazione di questi ultimi nel territorio.
I funzionari del DPPC sono talmente potenti che le Organizzazioni non Governative si vedono coinvolte nelle lotte tra gli uffici regionali e quelli federali.
Una ONG internazionale , che ha chiesto l’anonimato per evitare problemi con le autorità locali, ha dichiarato che sebbene avesse firmato un accordo a livello regionale (cosiddetto MOU- Memorandum of Understanding), una volta rientrata ad Addis Abeba l’ufficio federale non solo ha annullato il documento in questione ma ha anche minacciato di non estendere il visto ai suoi funzionari. Motivo della diatriba era che il governo federale non aveva intenzione di rilasciare le liste dei beneficiari nonostante il progetto fosse stato già approvato ed i fondi gia' elargiti dal Donatore.
Ogni anno l’Unione Europea dona milioni di euro all’Etiopia per portare avanti programmi di distribuzione alimentare in questa regione, ma, fin quando il governo etiope utilizzerà il DPPA come ufficio atto a monitore gli aiuti, la popolazione civile somala continuera' a morire di fame.
Gli uffici del DPPC a livello locale ogni anno pur di non perdere i fondi degli aiuti (che tra l’altro includono i loro salari, i per diem, gli affitti delle macchine, etc) sono pronti a peggiorare il rapporto dello stato alimentare dei loro concittadini.
Questo non vuol dire che non c’e’ in atto una crisi umanitaria in Ogaden, ma sicuramente tutte quelle zone che usufruiscono dei fondi fanno a gara per rientrare nelle liste dei donatori per i futuri investimenti.
Non è un caso che alcuni operatori umanitari hanno denunciato che mentre distribuivano “mais” alla popolazione civile, nello stesso villaggio venivano caricati camion pieni di “Mais locale” da esportare a Baladuene nella vicina Somalia.
Come dire uno stato di continua emergenza è auspicabile per tutti quelli che lavorano nel settore e soprattutto per quei funzionari degli uffici del DPPA.
Lo stesso vale per le Ong somale coinvolte come controparte locale che nel caso non dovessero ricevere nuovi fondi sarebbero costrette a chiudere i battenti. Ragion per cui sono disposte a portare avanti programmi destinati a fallire per rientrare nel circolo vizioso degli aiuti umanitari.
Se da un lato quindi è giusto che un ente governativo indirizzi le agenzie internazionali per gli aiuti umanitari, dall’altro forse è opportuno che l’Etiopia riveda l’istituzione di questa commissione.
Non ci sarà mai vero sviluppo fin quando questi uffici governativi controlleranno l’intero apparato degli aiuti umanitari nella regione.
Non si potrà parlare di crisi umanitaria fin quando si lascerà a questi enti il totale controllo sul territorio.
Per cercare di coprire ed aiutare quei 950.000 civili che secondo le Nazioni Unite in questi mesi stanno soffrendo e patendo la guerra civile nella regione, si dovrà per forza di cose riuscire a trovare un compromesso con questi uffici governativi per avere più libertà di azione da parte delle ONG nella selezione e nell’identificazione dei beneficiari senza tener conto idee politiche o clan di origine.
Giorgio Trombatore
Larache, Marocco
Dello stesso autore segnaliamo
Il Romanzo “Coy Ecce Homo” editore Le Nove Muse
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categorie: mercoledì, 07 novembre 2007Venti di Guerra
VENTI DI GUERRA
Badme (Confine Etiopia-Eritrea).
Il 12 Dicembre del 2000 ad Algeri il governo eritreo e quello etiope avevano firmato un accordo di pace che metteva fine ad una folle guerra combattuta lungo il confine.
I motivi di quella guerra erano sulla carta “motivi di frontiera”, ma in realtà i due regimi (quello di Asmara e quello di Addis ) si giocavano ben altre motivazioni.
Con l’accordo di pace firmato ad Algeri si era istituita una Commissione che avrebbe regolato il confine in base ai trattati coloniali (del 1900, 1902,1908).
Questa Commissione termina il suo mandato a fine novembre del 2007, e la situazione lungo il confine è ben lontana dall’essere risolta.
Si parla che solo dalla parte etiope ci sono ammassati lungo il confine circa 120.000 soldati, mentre il governo di Isaias Afwerki ha posizionato lungo il confine eritreo un esercito di circa 100.000 unità.
In alcuni tratti del confine e non lontano dal villaggio di Badme , i due eserciti sono ad una distanza di circa 100 metri,mentre secondo il trattato di Algeri la distanza minima doveva essere di circa 25 km.
Secondo fonti locali , l’esercito eritreo è penetrato nella zona “demilitarizzata “ posizionando circa 4000 uomini ad un passo dalle linee del nemico etiope.
Nella regione del Corno d’Africa, sono in molti quelli che danno per imminente il conflitto.
La presenza di circa 1700 uomini delle Nazioni Unite lungo il confine è stata resa vana , spesso proprio dai due regimi che non consentono agli osservatori di muoversi liberamente per verificare il confine.
I due regimi usano la disputa del confine per mantenere alto il livello di sicurezza nei rispettivi paesi. In Eritrea , come ho già ,spesso fatto presente il regime di Isaias ha azzerato ogni forma di democrazia con arresti preventivi e con una politica di repressione paragonabile allo Zimbabwe.
Per scongiurare l’imminente guerra, la Commissione per la disputa del confine ha chiesto all’Eritrea di ritirare le sue truppe dalla zona demilitarizzata e di permettere al personale dell’ONU (UNMEE) di poter circolare liberamente. La Commissione ha chiesto nello stesso tempo all’Etiopia di accettare la decisione finale e di consegnare il villaggio di Badme all’Eritrea.
220.000 uomini pronti a combattere per un polveroso villaggio nel Corno d’Africa.
Ovviamente dietro alle pretese dei due regimi ci sono motivi ben più profondi, come ad esempio quello dei due governi di finanziare l’uno contro l’altro movimenti di ribelli che mirano a destabilizzare i paesi in causa.
L’Etiopia ha spesso denunciato l’Eritrea di finanziare ed aiutare i ribelli dell’Oromo Liberation Front e persino l’ONLF. Secondo fonti locali il governo eritreo ha finanziato recentemente l’ONLF con armi per portare avanti una guerriglia spietata nella Regione 5.
Credo che tutti ricorderanno l’attacco nel mese di Aprile del 2007 presso il villaggio do Abole dove persero la vita 9 cinesi e 65 etiopi. Inoltre nel mese di Settembre del 2007 l’Eritrea ha ospitato una conferenza con oppositori somali del governo di transizione somalo.
Alla conferenza erano presenti oltre 300 delegati ,incluso membri delle Corti Islamiche , come lo Sceicco Hassan Dahir Aweys. Considerando che dal 2006 le truppe etiopi sono presenti in Somalia per aiutare il governo di transizione , si può comprendere come questa conferenza abbia alquanto disturbato il governo di Meles Zenawie.
Dal canto suo l’Eritrea accusa l’Etiopia di aiutare con armi e finanziamenti il movimento comandato da Berhane Remane (ERDF) che ha sede in Etiopia e mira a rovesciare il governo eritreo di Isaias. Gli Eritrei accusano gli etiopi di reclutare uomini presso i campi profughi di Shiraro e Shimbela e di finanziare attacchi terroristici nel loro paese.
La verità è che a fine Novembre la popolazione di questi due paesi potrà nuovamente ritrovarsi a sostenere una guerra che sicuramente non vuole .
Purtroppo non la pensano così i governanti di questi due regimi, che ricordo hanno già dato l’ordine di ammassare le truppe lungo il confine e di tenersi pronti ad ogni evenienza.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 13:38 | link | commenti
categorie: badme, confine eritreo-etiopemercoledì, 31 ottobre 2007Eritrea, Un popolo in fuga
ERITREA , Un popolo in fuga.
L’Eritrea, piccolo stato del Corno d’Africa ,dal 1993 dopo tanti anni di guerra civile ha raggiunto la tanta sospirata indipendenza.
Ma le gioie e le speranze di questo popolo all’indomani dell’Indipendenza sono state deluse dalla politica suicida del suo leader .
Oggi infatti ad Asmara c’e un partito unico nazionalista che da tempo sta portando il paese alla rovina. Negli ultimi sono centinaia i giovani che abbandonano il paese in fuga dalla povertà, dalla dittatura e da una vita senza speranza.
Senza contare che ancora sono centinaia i prigionieri politici e dissidenti che in questi anni sono stati arrestati dal regime e spediti in “campi di lavoro.”
Il reddito procapite è uno dei più bassi del continente africano ,siamo sui 250 dollari, mentre le potenzialità per questo piccolo paese situato nel corno d’Africa sono immense ;basti pensare alle sue città storiche (Massaia, Agordat, Asmara,ecc..), le sue spiagge mozzafiato, le isole incontaminate, ed ancora panorami spettacolari.
Gli Eritrei sono circa 4 milioni , ma è difficile fare una stima con le continue fughe .Basta pensare che ogni giorno sono tanti quelli che cercano la fuga. Solo nell’ultima settimana di ottobre sono arrivati nelle nostre coste in Italia altri 200 eritrei!. Un dato che la dice lunga su quello che sta accadendo in questo paese.
Un bellissimo popolo quello eritreo. Il gruppo maggioritario è costruito dai Tigrinha, ma ci sono pure i Tigrè, i Rashaida (famosi nomadi), ed ancora i Kumana ed i Nara.
La maggior parte dei giovani ( e non solo) presta servizio nelle forze armate. Pensate che già nel 2001, mi trovavo a lavorare in Eritrea in un progetto delle Nazioni Unite per la ricostruzione di due villaggi (Tessenè e Guluj) seriamente danneggiati dalla guerra civile , già allora dicevo i giovani venivano fermati e mandati a prestare servizio militare per un periodo indefinito.
La mattina poteva capitare che io mi recavo nel cantiere e non trovavo più il mio mastro, perché una jeep dei militari l’aveva prelevato in pieno giorno. Lo stesso accadeva con i mezzi di trasporto, se l’esercito aveva bisogno di un camion veniva se lo prendeva senza dare spiegazioni. Per riavere il camion , dovevo recarmi direttamente presso il vicino comando militare e supplicare il comandante della stazione per riavere i miei mezzi.
Nel 2001 il partito unico ha pensato bene di chiudere i giornali privati ,insomma, non in Eritrea da diversi anni oramai non c’e’ più neanche l’ombra della democrazia.
Il paese è accusato di supportare il terrorismo internazionale. Sicuramente ospita i vari ribelli della regione creando tensione con i paesi confinanti. Ad esempio il capo delle Corti Islamiche se ne sta tranquillo ad Asmara, mentre persino i ribelli del Darfur hanno le loro basi logistiche in questo paese.
Il leader del JEM, Dr. Khalil, mi dicono che è di casa in queste zone.
FUGA
Credo che vi sarete fatti una idea perché gli Eritrei scappano dal loro paese.
In primo luogo dissidenti, ma anche gente comune che è stanca di vivere in un paese che è condannato , senza sbocchi a causa della pazzia del suo leader.
I giovani vogliono raggiungere i parenti che sono già in Europa,altri sostano in Egitto e chiedono ed attendono la chance di raggiungere l’America.
La Pista che fanno solitamente è la seguente :
Considerato che il confine con Kassala (Sudan) presenta molti problemi a causa dei ribelli Beja, gli Eritrei sono costretti a scappare attraverso l’Etiopia che raggiungono attraverso le montagne alle volte dopo anche tre giorni a piedi.
Dall ‘Etiopia
Dall’Etiopia passano per Gondar e poi da lì entrano in Sudan. In Sudan ci sono diverse organizzazioni che aiutano questi disgraziati a scappare per raggiungere l’Europa. Ovviamente è un aiuto pagato in denaro sonante.Ci sono trasportatori , chiamiamoli così che operano nella capitale sudanese. Il più grande centro di raccolta è quello della zona di Ahmarat, un quartiere di Khartoum.
Proprio così in una strada di Ahmarat non lontano dall’ambasciata del Chad opera il più grosso centro di raccolta prima del grande viaggio.
Ci sono vari internet caffè che fungono come canale di arrivo dei profughi. IN questo luogo viene gestito uno dei maggiori traffici degli immigrati. La zona è frequentata prevalentemente da Eritrei, ma ci sono anche sempre più sudanesi che vogliono andare in Europa. Quando il numero è raggiunto , gli immigrati proseguono per il secondo tratto che li porterà in Libia attraverso il deserto.Oramai il servizio è bello che organizzato, poi una volta giunti in Italia , gli Eritrei non hanno problemi a contattare i loro parenti che già da anni risiedono nella zona.
Solo in Sicilia nella zona di Ragusa ci sono grosse comunità già inserite, ma non mancano nel resto dello stivale, basti pensare a Roma a Piacenza e per non citare Milano.
Ma vediamo da vicino questo viaggio verso l’Europa.
Una volta che i profughi sono pronti per partire, gli organizzatori provvedono ad organizzare i veicoli. Solitamente si parte da Ondurman , un altro popoloso quartiere di Khartoum.
Da qui inizia il viaggio vero e proprio nel cuore del deserto in condizioni pietose dato che le vetture sono piene zeppe di gente :
Se va bene raggiungono Kufra (dopo cinque giorni) poi Bengasi , poi Tripoli e solitamente il porto è quello di Zuwarah
Il primo tratto quello di terra di solito costa 400 dollari e poi altri 100 per la polizia libica di frontiera.
L’ultimo tratto quello da Zuwarah a Lampedusa , varia ma siamo sui 1500 .
Ecco fatto, e pensare che all’indomani del 1993 quasi tutte le Nazioni Europee erano pronte ad investire su questo piccolo paese del corno d’Africa. Invece la dura realtà è quella della fuga da un gruppo oligarchico che sta letteralmente uccidendo il futuro di una intera generazione.
Giorgio Trombatore
topocoy@yahoo.com
postato da: gtrombatore alle ore 16:13 | link | commenti
categorie: fuga, eritreasabato, 27 ottobre 2007La Stampa è morta, Ogaden in Fiamme
Ogaden in Fiamme
La Stampa è morta
Ennesima battaglia con oltre 100 morti nell’area di Wardhere (sud dell'Etiopia). Il bilancio della guerra civile in Ogaden, non sembra volersi fermare.
I nostri giornali italiani hanno altro di cui parlare tralasciando gli avvenimenti internazionali.
Siamo alle solite, ossia notizie brevi, notizie flash dall’estero. Come la notizia data in fretta sull’attentato alla Bhutto che rientrava dopo parecchi anni in Pakistan e poi si passa subito al ciclista investito dall’ennesimo ubriaco per terminare con il teatrino dei nostri politici. I giornali , del resto non fanno da meno. Sport, il calcio ed ancora il calcio. Allora abbiamo la notizia che Totti che non può giocare in coppa campioni, e Donadoni che non sa se fare giocare Alex Del Piero in nazionale.
Però, ti pare poco.
Nel frattempo ci sono Stati Africani che affogano nella guerra civile e che non sono minimamente menzionati. Cambiano i direttori delle testate dei giornali e dei telegiornali ma i contenuti sono sempre gli stessi.
Provate a chiedere ad un italiano, anzi ad un giornalista di farvi un commento sul processo di pace in Darfur? Provate a chiedergli quali sono le fazioni in lotta? Perché non firmano l’accordo?
Non ci fate vedere la solita ripresa del campo profughi con la mamma che allatta il bambino!.
Cercate di fare una informazione seria ed approfondita.
Proprio non ci riescono. Se poi oggi aprite un giornale a caso (Repubblica, Corriere della Sera, la Stampa, il Giornale, Il Messaggero….sceglietelo voi), provate a chiedervi cosa avrete per le prime quattro pagine? La Politica, ossia il teatrino di casa nostra.
“… Prodi ha detto questo, Berlusconi ha risposto che questo esecutivo è morto…… Pecoraio Scanio ha assunto un nuovo collaboratore così arriva a 400”.Fine dell’informazione.
Come se l’attualità fosse solo il discorso del Presidente Napolitano, o del giudice di Catanzaro.
Ci tengono all’oscuro di ciò che avviene nel mondo.
Ci sono popoli che stanno ancora combattendo il loro Risorgimento, le loro battaglie nazionali, ma da noi non c’e’ nessuno che fa approfondimento.
Non si potrebbe avere qualcosa come la BBC? Che prende le notizie più importanti dal mondo, e le presenta con una analisi (magari non sempre distaccata),ma pur sempre una analisi dei fatti.
Allora,magari si scopre leggendo le notizie che scorrono sotto il giornalista che ultimamente in Ogaden ci sono stati nuovamente scontri con morti tra i civili.
Si scopre che ci sono stati villaggi distrutti e rasi al suolo in Ogaden solo nel 2007! Proprio così in piena attualità dei nostri giorni.
Questi villaggi hanno un nome, sono Wadug, Laasoole, Uubatale, Neef-Kucellove, Jinoole ecc. Poi se uno vuole va a vedere nella cartina e scopre che non lontano dalle spiaggie di Mombasa o dalle isole Dahlak c’e’ una guerra civile a pieno titolo.
Allora ci si rende conto che mentre una parte dell’Etiopia festeggiava il millennio etiope con balli , canti e preghiere, dall’altra parte il miglior esercito africano avanzava attraverso la boscaglia dell’Ogaden per fare terra bruciata di villaggi accusati di essere sostenitori dell’ONLF.
Ed in Italia?
Nessuno menzionava tutto ciò, anzi il nostro Primo Ministro veniva in visita nel paese nel Gennaio del 2007 come se non fosse accaduto nulla. Grandi strette di mano ed ovviamente la parola cooperazione pronunciata tante volte nei meeting.
Fa sempre scena, no?
Ed allora mi domando nuovamente , dove stanno i nostri reporters? Quelli del Corriere , delle Repubblica, che perdono tonnellate di inchiostro dietro alle cazzate del tal ministro che usa il volo di stato per andare a vedere con il figlio il gran premio o danno ampio spazio all’altro ministro che dice si all’utilizzo del Burka in Italia.
Io dico, cerchiamo di trattare con più serietà la nostra attualità, soprattutto alla luce del fatto che molti di questi paesi che sono in guerra ricevono grande quantità di aiuti da parte dell’Unione Europea, e quindi anche dell’Italia.
Informiamo i nostri cittadini, parliamo un po’ di più dei conflitti africani ed asiatici. Dedichiamo qualche ora in più a programmi di aggiornamento, così evitiamo anche che i nostri stessi ministri evitano di fare grosse cazzate.
Magari se il Ministro della Famiglia Bindi prima di acconsentire all’utilizzo del Burqa in Italia, avesse saputo che un paese come il Marocco ha adottato nel codice di famiglia del 2004 una legge che mira a contrastare proprio questi atteggiamenti che colpiscono la dignità della donna.
Il codice prevede che 50 ragazze sono state nominate come guide alla preghiera “MURSHIDAT” , in altre parole dovranno contrastare l’ondata di Islam Jihadista.
Questo è il Marocco, lo sapevate, altro che Ministro Bindi ed il suo Burka, ma VERGOGNATEVI!!!!!!
Lasciamo perdere che è meglio.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
P.S.
Per aggiornamenti sul conflitto in Ogaden potete anche scaricare su www.rekstory.com le ultime notizie.
postato da: gtrombatore alle ore 11:04 | link | commenti
categorie: stampa, ogadengiovedì, 18 ottobre 2007A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
A Chi fa comodo il silenzio in Ogaden?
Giorgio Trombatore
Le notizie riguardanti i manifestanti in Birmania o il ritorno di Benazir Butto in Pakistan hanno avuto una notevole copertura da parte delle testate internazionali. Nessuna parola invece per tutto ciò che sta accadendo in Corno D'Africa,. Solo qualche timido commento qua e là da parte di giornali più o meno impegnati.
Eppure qualcosa sta accadendo di grave in questa regione senza che nessuno gli abbia dedicato un serio ed approfondito spazio per rendere partecipe la comunità internazionali di questi nuovi nascenti drammi.
Vediamolo questo Corno D’Africa , allora…
In Somalia il nuovo governo di Ali Ghedi sta cercando a fatica di unire un paese devastato dalla guerra civile .Dal 1990 in poi il paese non ha conosciuto un periodo di pace. Dopo qualche tentativo dittatoriale di qualche personaggio più o meno illustre, il paese si è consegnato sino all'anno scorso ai Signori della Guerra. Poi l'ennesima, pace ed infine la Somalia di oggi, con più nemici di sempre. A sud le Corti Islamiche che continuano a fare sentire la loro presenza a Mogadiscio e negli ultimi giorni hanno esteso il loro raggio persino a Baidoa già sede del governo di transizione.
NOn è bastato l'intervento delle forze agli ordini di Meles Zenawi a portare quell'ordine e quella stabilità da tutti auspicata.
Anzi l'intervento Etiope sembra portare nuove forme di irrigidimento da parte di quei gruppi somali da sempre ostili al governo Etiope. Inoltre l’atteggiamento dei militari etiopi è stato spesso condannato dai somali per la loro estrema durezza.
Nessuna buona notizia nemmeno dal fronte Eritreo.
Il paese che all’indomani dell’indipendenza dall’Etiopia ci si aspettava un futuro roseo e brillante per questa piccola nazione del Corno D’Africa. Le mille aspettative sono state quasi pressoché deluse all'indomani dell'indipendenza .
Infatti solo dopo qualche anno del governo di Isaias si è delineata in tutta la sua gravità la vera anima di questo governo.
Un paese che ha visto cadere ai minimi storici la sua economia, ma soprattutto che ha schiacciato ogni forma di libertà di stampa e di opinione.
Risultato ? Emigrazione in massa da parte dei giovani eritrei, arresti di dissidenti politici, chiusura di giornali, insomma la caduta a precipizio di un paese con immensi potenziali.
L'unica cosa che è riuscita bene al governo di Isaias è stata quella di ospitare tutti i gruppi ribelli della zona. A partire dai capi del JEM (justice equality movement) del Nord Darfur, a pezzi da novanta delle Corti.
Questo quadro poco esilarante si chiude con quello che sta avvenendo in Ogaden. Nessuno fa menzione della guerra civile in atto nel paese Etiope.
Si parla di interi villaggi distrutti da parte delle truppe etiopi per contrastare quelli che loro definiscono traditori e supporters dell'ONLF.
Eppure nessuno sembra farci caso. Si vedono su internet le proteste sulla Birmania, sul fotografo giapponese morto a Rangoon ( per carità giustissime) ma nessuna parola su villaggi distrutti e poveri somali costretti ad emigrare nelle città del sud come Jijija o Gode o persino tornare in Somalia.
Evidentemente la guerra di Meles non da fastidio a nessuno, Italia compresa dato che aldilà di qualche timido commento qua e là, nessuno ha preso una posizione seria.
Siamo alle solite, allora forse devono muoversi i giornalisti come sanno fare bene loro. Come quando riescono a sollecitare le masse per bloccare l'esecuzione a morte di qualche condannato americano, che magari ha pure ucciso.
Noi aspettiamo che qualche voce del giornalismo internazionale si faccia sentire e cominci a denunciare ciò che sta avvenendo in Ogaden. Mentre diamo la caccia ai generali Serbi, cerchiamo di colpire e fermare quei generali africani che in questo momento stanno usando la forza contro la popolazione civile.
Giorgio Trombatore
Addis Abeba
topocoy@yahoo.com
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categorie: ogadenmartedì, 16 ottobre 2007In ricordo di Umberto Fusaroli Casadei
Omaggio a Umberto Fusaroli Casadei
Qualche giorno fa è morto Umberto Fusaroli Casadei in un banale incidente d’auto in Emilia Romagna.
Umberto Fusaroli Casadei aveva 81 anni ed era noto come capo partigiano di Bertinoro e figlio di un martire della Resistenza.
Ho conosciuto Casadei a Maputo in Mozambico negli anni novanta. A quel tempo lavoravo con le Nazioni Unite (ONUMOZ); avevo poco più di 23 anni quando lo incontrai per la prima volta nella capitale mozambicana.
Per quasi due anni ho vissuto con Casadei, infatti avevo preso in affitto dalla moglie alcune stanze della loro villa di Maputo.
Così, per caso, ero entrato in casa del grande rivoluzionario Casadei che dopo aver lasciato l’Italia nel dopoguerra italiano era giunto in Africa per combattere contro il colonialismo portoghese .
Diventai subito suo amico . Spesso la sera sua moglie mi chiamava per unirmi a loro in salotto . Casadei come al solito era sempre seduto di fronte la televisione a guardare il telegiornale.
Il popolo Mozambicano da li a poco si accingeva ad andare per la prima volta alle urne, e Casadei in quelle serate africane mi raccontava del suo passato rivoluzionario in Italia e la sua guerra in Africa.
Seduto, ingrassato e circondato da galline e cagnolini che giravano indisturbati per la Villa, Casadei mi raccontava con grande serenità i suoi anni giovanili.
La pistola era sempre sul tavolino, pronta per ogni evenienza e quando le cose da li a poco si misero male per il povero Casadei la moglie mi affidò un fucile per qualsiasi evenienza.
Mi piaceva Casadei, soprattutto mi piaceva quel suo essersi lanciato in avventure più grandi di lui, il suo stile frugale e soprattutto il suo coraggio temerario che non indietreggiava proprio davanti a nulla.
Come un vecchio D’Annunzio che a cinquanta anni suonati marciava su Fiume, questo vecchio rivoluzionario non voleva assolutamente mollare.
Una volta mi raccontò come di fronte casa sua due mozambicani stavano tentando di rubare una macchina, e lui si precipitò immediatamente fuori per cercare di fermarli, ma non si era accorto di avere dimenticato la pistola. Quando il ladro si accorse del suo arrivo si girò gli puntò in faccia la pistola e dopo qualche instante infinito premette il grilletto, ma la pistola fece cilecca.
Era così Casadei, si lanciava senza battere ciglio e non si tirava mai indietro.
Ricordo che ad un certo momento alcuni sicari avevano già più volte tentato di ucciderlo. Credo si trattasse per lo scandalo dell'‘ “affare Pinto “ che teneva banco in quel periodo in Mozambico. Casadei aveva fatto delle ricerche che alcuni uomini del governo mozambicano trovarono molto scomode, così decisero di farlo tacere una volta per tutte.
Un giorno mi chiese di accompagnarlo in ospedale, e mi disse che oramai non si poteva fidare di nessuno. Sapeva che i sicari volevano ucciderlo e che appena avesse messo fuori il piede dalla villa i rischi erano elevatissimi. Quel giorno mi presentai con un pulmino dell’ONU e feci sedere Casadei nel mezzo del pulmino circondato da guardie del corpo.
Grazie a Dio andò tutto liscio.
Qualche tempo dopo lo accompagnai in aeroporto. Il suo amico, Presidente dell’Uganda, Museveni lo aveva invitato in Uganda. Accompagnai Casadei fin su la scaletta del volo LAM che lo doveva portare fuori dal paese.
L’ultimo ricordo che ho di Casadei fu nel gennaio del 1995 quando insieme viaggiammo in Sud Africa a Johannesburg. Mentro ero in attesa del mio volo per l’Italia fui colto dalla malaria . Il vecchio Casadei mi portò subito nell’infermeria dell’aeroporto .
Da quel giorno non l’ho più rivisto. Ho saputo che era rientrato in Italia insieme al suo cagnolino “Giggio”.
Non credo sia retorica affermare che in una società come la nostra dove tra talk- show, vallette e isole dei famosi, la morte di un vero rivoluzionario come Casadei non importa proprio a nessuno.
Qui si sta parlando di Uomini che hanno imbracciato il fucile per combattere quello in cui credevano, che sono partiti per l’Africa e si sono schierati contro il più bieco colonialismo.
Qui si sta parlando di gente che a settanta anni suonati quando usciva di casa doveva guardasi le spalle perché governanti corrotti temevano le inchieste dell’uomo Casadei.
Per questo ci tenevo a salutarti ed a modo mio a renderti omaggio, perché sebbene non condividessi le tue idee politiche, ti ammiravo come Uomo d’azione.
Giorgio Trombatore
Addis Ababa
Etiopia
Sunday, September 25, 2011
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